Iaselli (Andip): la tutela è legata al rispetto della dignità umana in linea con la Dottrina sociale della Chiesa
«Molti non se ne rendono conto ma la tutela della privacy è strettamente connessa al rispetto della dignità delle persona umana». A parlare è il professor Michele Iaselli, presidente dell’Associazione Nazionale per la Difesa della Privacy (Andip), nonché professore di Informatica giuridica nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e nella Luiss di Roma.
Professore perché molti sbuffano quando si parla di tutela della privacy?
Ha ragione, a molti sfugge il concetto di tutela della privacy: è strettamente legato al rispetto della dignità della persona umana che, come è noto, è uno dei capisaldi della Dottrina sociale della Chiesa. Eppure accade proprio quello che lei ha descritto, e cioè che ci si pone nei confronti della questione in maniera sbagliata, considerando gli adempimenti che sono imposti dalla legge come una serie di orpelli inutili, come una forma ulteriore di burocratizzazione che penalizza le aziende.
In gioco c’è ben altro…
Proprio così. Alla base c’è il rispetto della persona in quanto tale. Ogni qual volta utilizziamo, per qualsiasi motivo, i dati di una persona maneggiamo un patrimonio di informazioni che va trattato con cura. Se queste finiscono nelle mani sbagliate possono creare seri danni.
Si riferisce al fenomeno dei furti di identità?
Non solo a quelli. L’utilizzo dei dati personali, e specialmente di quelli che vengono definiti “sensibili”, può, ad esempio, dar luogo a fenomeni di discriminazione legati all’appartenenza ad un determinato credo religioso oppure alle preferenze ed ai gusti sessuali. Questo dovrebbe indurre chi sbuffa quando si parla di tutela della privacy a mutare radicalmente atteggiamento, perché, nella fattispecie, vengono in luce questioni che vanno ben al di sopra della mera applicazione burocratica della legge. E poi quando ci si trova in un caso del genere si perde la bussola.
Che cosa intende?
Capita spesso che chi contesta la portata delle norme sulla riservatezza si trovi poi al centro di violazioni della privacy. In questo caso ci si scaglia contro gli autori delle infrazioni e si chiede una punizione severae. Sarebbe molto meglio per tutti avere un atteggiamento il più obiettivo possibile.
È giusto affermare che il rispetto del diritto alla riservatezza è molto sentito, per ovvie ragioni, dai personaggi pubblici mentre i comuni cittadini hanno meno occasioni per rendersi conto della portata del problema e, di fatto, ne avvertono meno l’esigenza?
No, non è affatto vero. Pensi a internet. Nel momento in cui svolgo una determinata attività utilizzando la Rete finisco per gestire una banca dati enorme. Attraverso il web si possono utilizzare meccanismi che consentono di individuare con estrema precisione il profilo personale e sociale di chi naviga. Le società che gestiscono i motori di ricerca hanno a disposizione un tesoro. I dati, nella migliore delle ipotesi, possono essere utilizzati per forme di marketing molto penetranti, ossia per fare arrivare messaggi pubblicitari che siano aderenti ai gusti. Per non parlare, poi, degli usi illeciti.
A proposito, come si presenta la situazione dal punto di vista della prevenzione e della repressione dei reati?
Al momento la normativa europea di riferimento è data dalla direttiva 9546 CE del 1995. Vale la pena evidenziare che presto la materia subirà delle modifiche in virtù dell’azione di un regolamento che, com’è noto, gode di un’applicazione diretta negli Stati membri, a differenza delle direttive che, definiscono le linee guida, ma lasciano agli Stati la facoltà di provvedere con legislazione propria. Questo regolamento è molto importante, perché finisce per rendere molto più incisive le regole in materia di tutela dei dati personali. Un aspetto già di per sé estremamente interessante è la creazione di una nuova figura professionale, quella del Data protection officer.
Di cosa si dovrà occupare il Data protection officer?
Si tratta di una specifica figura professionale che dovrà operare nell’ambito della pubblica amministrazione e delle imprese con più di cinquanta dipendenti. La Commissione europea si è resa conto che il problema non sempre viene affrontato nella maniera dovuta. Ci sarà un professionista che lo farà specificamente. Il regolamento prevede anche delle facilitazioni: non sarà più il cittadino a dover dimostrare l’illiceità dell’uso dei propri dati, ma ci sarà una inversione dell’onere della prova, nel senso che dovrà essere l’utilizzatore dei dati a dimostrare di aver operato nel rispetto della legalità.
Negli ultimi tempi si sta parlando molto di “diritto all’oblio”. In che misura si può conciliare, da un lato, l’interesse di una persona a non essere ricordato per vicende poco edificanti e dall’altro il diritto di cronaca, costituzionalmente garantito?
Il discrimine, come emerge dall’orientamento della Suprema Corte di Cassazione, è quello della “utilità sociale” della notizia. Il diritto all’oblio, così come è stato teorizzato dal professor Pizzetti, rappresenta, senza dubbio, una situazione meritevole di tutela da parte dell’ordinamento giuridico, ma va applicato con una certa parsimonia. Le faccio un esempio. Non è giusto che una ragazza straniera, arrivata clandestinamente in Italia, magari costretta dalla necessità o sotto costrizione ad esercitare la prostituzione, si veda costantemente ricordare il suo passato, magari risalente a molti anni, dopo che è riuscita a farsi una posizione sociale o, addirittura, ad eccellere nel mondo dello spettacolo. In questo caso mi pare di poter affermare, senza tema di smentita, che siamo di fronte a una notizia non ha più alcuna utilità ai fini della cronaca. Anzi che può solo danneggiare la reputazione di quella persona.
Nel messaggio per la 46ma Giornata delle Comunicazioni sociali Benedetto XVI ha elogiato i social network che offrono spazi alla riflessione sulle grandi domande esistenziali dell’uomo. Come giudica l’apertura della Chiesa ai nuovi media?
Il mondo delle comunicazioni sociali, pur con tutti i difetti che abbiamo sinteticamente affrontato in questa nostra conversazione, offre opportunità uniche per proclamare la verità salvifica di Cristo a tutta l’umanità. Attraverso la Rete si possono, infatti, trasmettere informazioni e insegnamenti di carattere religioso senza tener conto di barriere e frontiere. L’apertura della Chiesa a questo universo è, a mio avviso, molto importante. Ha fatto bene Papa Benedetto a ribadirlo nel suo Messaggio. Vale la pena insistere sull’educazione all’uso responsabile della Rete.











