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(Gustavo Piga) «Un blitz anche per ridurre le tasse»

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L’economista Gustavo Piga promuove il “metodo Cortina”, ma solo se ci sarà una strategia compensativa

Il blitz anti evasione che la Guardia di Finanza ha recentemente effettuato a Cortina d’Ampezzo ha scatenato proteste e riflessioni di segno opposto:

politici e cittadini si dividono tra chi plaude all’iniziativa sperando che induca i contribuenti disonesti a cambiare abitudini e chi critica l’eccessiva recrudescenza della campagna, impugnando l’alibi delle tasse troppo alte per difendere almeno in parte chi froda lo Stato. Per Gustavo Piga, docente di Economia politica all’università di Roma Tor Vergata, entrambe le posizioni hanno ragione di esistere, sebbene risultino consequenziali e dunque alternative: se la prima trovasse una traduzione pratica i presupposti della seconda verrebbero meno. Ma il meccanismo andrebbe spiegato. Piga ci ricorda che «la lotta all’evasione è uno dei perni per vincere la battaglia che permetterebbe all’Italia di essere un Paese che torna a crescere, però bisogna chiedersi anche perché ci ripetiamo sempre che c’è bisogno di combattere tale fenomeno». La risposta non è semplicemente perché è giusto che sia così. C’è di più. «Nella nostra testa – osserva l’economista - alberga un ragionamento logico intuitivo che è il seguente: non ci piace combattere l’evasione di per sé, ma perché un contrasto credibile ci permetterebbe di ottenere un fisco più giusto e meno pesante». Sarebbe sbagliato «dare l’impressione di voler “tartassare” i cittadini solo per il piacere di farlo, bisogna trasmettere la certezza che lo si faccia per un buon motivo, e quel buon motivo è che c’è una pressione fiscale esagerata, anche perché non riusciamo a scovare questa grande nicchia di evasori, che va alleggerita il prima possibile».

Crede che il “metodo Cortina” possa agevolare questa evoluzione?

Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni solleva alcuni interrogativi: in primo luogo viene da chiedersi se il messaggio che è stato inviato rappresenti una “bolla comunicativa” oppure un nuovo approccio strutturale alla questione. Sarà importante capirlo, anche perché la gente vuole sapere se si è trattato di una mossa pubblicitaria oppure se c’è una nuova strategia che è stata concepita per portare a risultati prefissati su larga scala.

La scelta le sembra efficace?

Aprire una campagna con un messaggio di impatto rappresenta una strategia che hanno adottato tutti i Paesi capaci di combattere l’evasione fiscale: facciamo l’esempio degli Stati Uniti, dove l’aspetto comunicativo è risultato fondamentale.

In quali termini?


Sappiamo che oltreoceano non vedono l’ora di intercettare l’attore di Hollywood per sbatterlo in galera, magari per una decina d’anni e con tanto di foto in camicia e pantalone arancione pubblicata su tutti i giornali. Il meccanismo è quello di somministrare punizioni esemplari per inibire la cittadinanza dal perpetuare determinati reati. In definitiva se la gente ha paura, se il meccanismo dissuasivo funziona, lo Stato si ritrova le tasse pagate senza nemmeno avere il bisogno di effettuare i controlli. Però parallelamente a una battaglia condotta con questi strumenti deve esserci immediatamente una strategia compensativa.

A cosa si riferisce?

Al guadagno che ne deve derivare: data una base imponibile ben più ampia di quella attuale, bisogna trasmettere la certezza che in Italia la pressione fiscale cali almeno di dieci punti percentuali a parità di servizi pubblici erogati. Il problema è che questo secondo scenario, il taglio delle tasse, non avviene con un “blitz”: non viene spettacolarizzato come il precedente, il che provoca il cinismo e la disillusione delle persone.

Questo spiega anche le reazioni al blitz di Cortina?

In parte ritengo di sì, perché anche le persone oneste che assistono a quella vicenda temono che le cose siano comunque destinate a rimanere immutate. Invece bisogna offrire loro delle garanzie, sull’alleggerimento della pressione fiscale e sulla certezza della pena nei confronti di chi trasgredisce: anche questo è un aspetto determinante, dobbiamo architettare un sistema di penalità nuove e durissime, che trasmettano la convinzione che non c’è scampo per chi trasgredisce.

Qualche partito lamenterebbe che le carceri già affollate si ritroverebbero con la fila di ricconi all’ingresso.

È vero il contrario: pene certe e severe indurrebbero gli evasori a pagare le tasse, in galera non ci andrebbe nessuno.

Le sembra lecito che alcuni partiti, su tutti il Pdl, assumano posizioni critiche nei confronti della lotta all’evasione?

Preferirei che tutti i partiti invocassero, come detto, un’organizzazione credibile e pene credibili per contrastare l’evasione, oltre a una riduzione immediata dell’imposizione fiscale.

Ritiene che in Italia esista un nesso tra una parte politica e un bacino elettorale di evasori?

Assolutamente no, il fenomeno è trasversale e trova resistenze e aderenze in tutte le compagini. Quel che mi preoccupa oggi è la mancanza di una leadership forte ai vertici dei due principali partiti rappresentati in Parlamento: sarebbe necessaria per lanciare una battaglia di civiltà come quella della lotta all’evasione. Ma mi sembra che manchino i presupposti.

Perché pensa che servano due leader forti?


Perché potrebbero stipulare un patto per affrontare questa sfida senza il timore di perdere fette di consenso e di elettorato, cosa che ora non si può permettere nessuno ed è un peccato, perché il governo Monti potrebbe rappresentare una grande occasione per tutti in questa ottica.

 

 

 
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