Un qualunque intoppo renderebbe impossibile modificare l’assetto istituzionale prima del 2012
L’obiettivo era quello di lanciare il primo segnale forte e chiaro all’opinione pubblica, e almeno quello è stato più che centrato: un complesso di riforme costituzionali può essere realizzato entro la scadenza del 31 dicembre 2012, data approssimativa oltre la quale sarebbe illogico ragionare dato che la legislatura corrente (semestri bianchi permettendo) scadrà nell’aprile 2013. Il risultato, tanto mirabile quanto precario viste le abitudini e i vizi della politica italiana, è stato raggiunto a Montecitorio nello studio di Luciano Violante, responsabile Riforme del Pd, dai leader di maggioranza Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini che hanno suggellato e poi annunciato l’intesa su alcuni temi cardine elaborati dai cosiddetti “saggi” di Pdl, Pd e Terzo Polo.
Si parla della possibilità di attribuire maggiori poteri al premier che in particolar modo eserciterebbe il diritto di nominare e revocare i ministri; si discute della possibilità di applicare una riduzione del numero dei parlamentari (almeno cento deputati e cinquanta senatori in meno stando alle indiscrezioni trapelate); si ragiona sulla possibile introduzione della “sfiducia costruttiva” che impegnerebbe il Parlamento a indicare una alternativa alla presidenza del Consiglio; si ipotizza infine il superamento del bicameralismo perfetto. D’ora in avanti si giocherà a carte scoperte, nel senso che le trattative sono divenute di dominio pubblico ed è stato annunciato che nelle prossime settimane i tecnici responsabili dei vari partiti (Luciano Violante, Gaetano Quagliariello, Ferdinando Adornato, Italo Bocchino e Pino Pisicchio) si impegneranno per redigere un testo base su cui lavorare, raccogliendo i suggerimenti che emergeranno dalle assemblee dei gruppi che si terranno prossimamente sul tema.
Il frutto di questo sforzo coordinato arriverà dunque sul tavolo dove avrà luogo una nuova riunione con Alfano, Casini e Bersani: tempo previsto, all’incirca, due settimane. Per rafforzare l’impegno preso reciprocamente e con l’elettorato i tre leader di maggioranza hanno voluto dare un segnale, convocando ognuno per conto suo telecamere e giornalisti dopo il vertice e assicurando che entro l’anno la riforma potrà essere approvata. Vero è che dovrà filare liscio, perché con i tempi risicati che ci sono a disposizione il benché minimo intoppo potrebbe far saltare in aria tutta la trattativa, inclusa l’ultima e per molti aspetti più importante appendice. Parliamo naturalmente della legge elettorale, che i partiti hanno convenuto di modificare solo al termine dell’iter riformatore appena avviato. La scelta è inopinabile: per architettare un dispositivo di voto adeguato è certamente opportuno conoscere l’assetto istituzionale che esso deve andare a produrre (un Senato federale, tanto per fare l’esempio più banale, stravolgerebbe qualunque legge elettorale esistente). Il pericolo è però dietro l’angolo, perché se l’accordo dovesse andare a rotoli resterebbe in vigore l’attuale Porcellum, una norma criticata da tutti i partiti e soprattutto dai cittadini, che attraverso la raccolta firme referendaria hanno già espresso una netta volontà di innovazione.
Infine c’è il capitolo che riguarda il Consiglio di amministrazione della Rai. Il tema si è affacciato al vertice di venerdì. Per il Pd è il governo che deve prendere un’iniziativa sul nuovo Cda (che scade il prossimo 28 marzo ma può restare in carica fino a giugno per l’approvazione del bilancio) per cambiare la legge Gasparri. Contrario a un intervento del governo è invece il Pdl.











