Nel “Salva Italia” la proposta per la razionalizzazione ha deluso i promotori della “contro-proposta” di legge “Semplificazione degli enti locali e dell’amministrazione periferica dello Stato”. Abolire le province come livello istituzionale ad elezione diretta e trasformarle in una «struttura di emanazione dei Comuni, una sorta di agenzia intercomunale multi-servizi governata da un board di sindaci» è il senso dell’iniziativa voluta da Pd, Terzo Polo e «inviata questa mattina (ieri, ndr) al premier Monti» come ha precisato Enrico La Loggia che ha spiegato i termini della poposta in una conferenza stampa alla Camera assieme a Linda Lanzillotta (Api), Walter Vitali (Pd) e all’ex ministro Franco Bassanini presente per la fondazione Astrid.
«È necessario ed è oggi possibile - noi pensiamo - compiere un deciso salto in avanti sulla strada della riduzione dei costi ma anche del miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza dell’amministrazione locale e statale sul territorio: si darà così un contributo significativo tantoalla riduzione della spesa corrente quanto alla crescita del Paese» viene spiegato nella premessa della proposta di legge.
Secondo i promotori gli interventi in materia di Province, Unioni dei Comuni e amministrazione periferica dello Stato deliberati nelle recenti manovre vanno nella direzione giusta: non si può tornare indietro rispetto alle scelte compiute (soppressione delle Province come ente istituzionale elettivo, obbligatorietà delle Unioni dei Comuni, radicale semplificazione dell’amministrazione periferica dello Stato) «ma occorre evitare, con qualche ritocco e con opportune misure applicative, che esse restino inattuate o producano effetti controproducenti». La discussione al Senato in seconda lettura della Carta delle autonomie locali (che stabilirà «chi fa che cosa» tra Stato, Regioni ed enti locali), e l’avvio alla Camera dell’iter della riforma costituzionale delle province «rappresentano un’occasione da non perdere per definire complessivamente un assetto amministrativo semplificato, moderno, meno costoso e più efficace». Otto gli indirizzi fissati. Il primo prevede il superamento del principio della equi-ordinazione tra tutti i livelli di governo (modificando l’articolo 114 della Costituzione) e l’abolizione quindi delle Province come livello istituzionale direttamente rappresentativo, riducendo così da tre a due (Regioni e Comuni) i livelli territoriali ad elezione diretta: «Nelle aree metropolitane, le Province vanno sostituite dalle Città metropolitane, che assumeranno le funzioni attuali delle Province, parecchie delle funzioni comunali e le funzioni loro attribuite dalle Regioni. Nelle altre aree del Paese, le funzioni di area vasta che non possono comunque essere esercitate a livello comunale e che sarebbe errato e troppo costoso affidare alle Regioni vanno attribuite a un soggetto amministrativo snello (nuova provincia) che sia diretta espressione dei Comuni: in sostanza, una sorta di agenzia intercomunale multi-servizi per l'area vasta governata da un ristretto board di sindaci, eletto dai consiglieri comunali, con l'azzeramento degli apparati politici provinciali e dei relativi costi». Nell’identificazione dei servizi provinciali, bisognerà adottare il principio dell’esclusività, evitando ogni duplicazione con le funzioni svolte dai Comuni e con quelle delle Regioni. In quanto diretta espressione dei Comuni, alle funzioni di area vasta (strade, trasporti, servizi a rete1, ambiente) «si potranno aggiungere importanti funzioni strumentali e di supporto per tutti i Comuni e le Unioni di Comuni dell’area (concorsi unificati per il personale, riscossione delle imposte comunali, centrale di committenza unica per l'acquisizione di servizi e forniturestazione appaltante unica), con rilevanti benefici in termini di minori costi, maggiore ef ficienza e maggiore trasparenza». Ampliare le circoscrizioni provinciali su tutto il territorio nazionale, prevedendo un limite minimo di 500mila abitanti, «con deroghe nelle aree a larga prevalenza montana sulla base dei parametri europei, in modo da ridurne il numero dalle attuali 110 a 50-60, (aree metropolitane e Roma capitale comprese), e da realizzare cosi rilevanti economie di scala». Ridurre in egual misura il numero delle Prefetture, delle Questure, delle Camere di Commercio e così via: nessun ufficio periferico dello Stato potrà avere una circoscrizione inferiore a quella delle nuove Province. Unificare gli uffici periferici dei ministeri negli Uffici territoriali di Governo (UTG) presso le Prefetture «dove l’unificazione completa non risultasse possibile (difesa, giustizia), andranno comunque unificati negli UTG tutti gli uffici strumentali (personale, economato, logistica, acquisti, autoparco, ecc.) con consistenti economie di scala ». E ancora: «Sopprimere le strutture e gli enti intermedi fra Regioni e Comuni»; costituire, al fianco dei Comuni di maggiori dimensioni le unioni dei Comuni, il nuovo livello al quale vengono obbligatoriamente esercitate le funzioni tipiche comunali (edilizia e pianificazione territoriale, polizia municipale, attività commerciali, traffico, servizi sociali, istruzione, cultura) e infine prevedere che i Comuni possano avvalersi delle Unioni e delle nuove Province per l’esercizio di funzioni comunali e possano, d’intesa fra loro, affidare ad esse anche la gestione di funzioni e servizi di loro spettanza, allorché ciò consenta di ridurre in modo significativo i costi di gestione. In entrambi i casi sarà necessaria un’intesa sui relativi rapporti finanziari.











