L’entusiasmo dei giorni scorsi sugli incontri “pro legge elettorale” tra Pdl e Pd e tra i due “fratelli maggiori” con i “minori” si è sgonfiato o meglio è stato messo in ombra da altri temi di attualità quali la riforma del lavoro e il dibattito sull’Olimpiade del 2020.
Nel Popolo della libertà, però, continua a venir fuori di tutto di più con l’ex ministro Renato Brunetta da una parte che non disdegnerebbe solo una modifica al “porcellum” e la Giovane Italia che propone una serie di soluzioni che andrebbero solo in parte oltre il sistema attuale.
«Non si sta assolutamente trattando sul proporzionale» ha spiegato in un’intervista Brunetta ma «si sta cercando di correggere il cosiddetto “porcellum”, che venne chiamato così da Calderoli perché fu costretto dal Quirinale di allora a modificare il premio di maggioranza al Senato, creando il paradosso di avene due diversi, uno nazionale alla Camera e uno parcellizzato regione per regione al Senato». Ma «la legge è buona se migliorata». Dopo il breve momento di entusiasmo e condivisione sul sistema spagnolo, poi, l’ex titolare del dicastero all’Innovazione rilancia quello spagnolo: «Andrebbero studiate circoscrizioni più piccole, in modo tale da avere un numero di seggi da assegnare più limitati e da far conoscere meglio i candidati agli elettori».
Dunque, «un sistema di liste corte, senza recupero dei resti (di chi cioè non arriva a fare un quorum), che porterebbe ad una sorta di sbarramento elettorale molto alto». In pratica, tutto ciò che viene contestato in maniera più che energica dalla Lega. «Per avere un seggio - ha continuato Brunetta - si dovrebbe avere ad esempio il 10 per cento dei voti. Chi non li ha perde tutto e non recupera. In questo modo ci sarebbe una sorta di premio per i partiti maggiori o per chi supera il 10 per cento, eliminando i partitini».
La proposta della Giovane Italia, invece, è abbastanza convincente già nella premessa se si preoccupa di spiegare che «la legge elettorale non è un dogma ma uno strumento» e «soprattutto non può esistere una legge elettorale perfetta». Gli assi portanti sui quali si sviluppa la proposta del coordinamento giovanile del Popolo della libertà sono tre: il mantenimento del bipolarismo, l’indicazione chiara del candidato premier e la scelta diretta del parlamentare di riferimento da parte dell’elettore. «Si è tenuta da conto - si legge in un documento - l’esigenza di sviluppare una proposta che fosse “votabile” dall’attuale Parlamento. Quello eletto - è giusto ricordarlo - da un sistema bloccato, con il quale è stato impossibile indirizzare, e dunque ricevere, un consenso personale. L’ipotesi proposta, con tali premesse, è stata strutturata in un sistema misto suddiviso in due parti». La prima parte del disegno di legge prevedrebbe il mantenimento dell’attuale legge elettorale per un terzo dei parlamentari: 210 deputati, di cui 140 direttamente e 70 con il premio di maggioranza, e 105 senatori, di cui 70 direttamente e 35 con il premio di maggioranza, ripartito a livello regionale, potrebbero essere eletti con la legge Calderoli». Il premio di maggioranza verrebbe assegnato alla coalizione considerando la sola quota proporzionale (pari, come detto, ad un terzo degli eletti), valutando l’utilità oggettiva dei tecnici in Parlamento per chi sarebbe chiamato a governare. «A questo potrebbe sommarsi un necessario innalzamento dello sbarramento al 6 per cento per i partiti non coalizzati alla Camera e al 3 per chi concorre all’interno di uno schieramento. Allo stesso modo al Senato, le soglie di accesso sarebbero elevate rispettivamente al 10 e all’8. Il tentativo sarebbe quello di evitare la frammentazione partitica, e di preservare un regime bipolare».
Per i restanti due terzi dei parlamentari, la discussione politica all’interno dei giovani del Pdl ha condotto ad un’analisi delle due più classiche modalità di elezione: le preferenze ed i collegi uninominali. La seconda ipotesi sarebbe quella dell’istituzione di 25-30 collegi a livello nazionale, ed un sistema proporzionale con 4 preferenze. Ricalcando il modello in vigore per le elezioni europee: «Questo permetterebbe la riduzione dell’incidenza delle disparità economiche in campagna elettorale, anche perché i collegi sarebbero più piccoli rispetto a quelli delle elezioni europee. Come eventuali norme aggiuntive, come votato all’unanimità in occasione del Consiglio nazionale del primo luglio, si potrebbe richiedere che almeno il 75 per cento dei nuovi candidati debba aver avuto una precedente esperienza amministrativa negli Enti locali, della durata di almeno due anni».











