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Eternit

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I manager condannati a 16 anni di reclusione per disastro doloso

La lista è lunghissima, da spezzare il fiato. E mette i brividi a immaginare dietro quei nomi storie di sacrifici e sofferenze. Il giudice Giuseppe Casalbore legge per quasi due ore, sotto gli occhi di centinaia di persone provenienti da tutta Italia e davanti agli obiettivi di telecamere arrivate anche dall’estero. È il lungo elenco di vittime o ammalati da amianto e dei loro familiari, che otterranno un maxi risarcimento dagli ultimi due massimi dirigenti della Eternit, la multinazionale svizzera specializzata nella realizzazione di materiali in fibrocemento.
La sentenza arriva dopo due anni di udienze, in tutto 66, e condanna a sedici anni di carcere il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis De Carthier. A loro carico le accuse di disastro ambientale doloso e omissione volontaria delle cautele antinfortunistiche a partire dagli anni Cinquanta.

L’inchiesta, condotta dal sostituto procuratore Raffaele Guariniello della Procura di Torino (che aveva chiesto la condanna a venti anni per entrambi gli imputati), ha fatto luce su migliaia di decessi di ex dipendenti nelle quattro sedi italiane dell’azienda, oltre che sulla malattia o la morte di altre persone. La Procura, infatti, contesta ai massimi dirigenti di Eternit non solo di non aver arrecato danni agli operai e ai familiari, ma di aver messo in pericolo la salute dei cittadini che abitavano nei pressi degli stabilimenti o venivano in qualche maniera a contatto con il materiale prodotto.
«Giustizia è fatta»: si urla all’esterno del tribunale di Torino, dove si celebra il processo per la fabbrica dei veleni di Casale Monferrato e di Cavagnolo, in Piemonte, ma anche di Bagnoli, a Napoli, e Rubiera, in provincia di Reggio Romagna. In aula si piange, si accenna ad un applauso quando il presidente del collegio pronuncia la parola “colpevoli”. Ma è un applauso di rabbia per i circa tremila deceduti senza aver ottenuto giustizia. È una beffa, però, la sentenza per coloro che invocavano giustizia per Bagnoli e Rubiera. I giudici, infatti, hanno dichiarato prescritti i reati commessi in quegli stabilimenti. I segni dei danni da amianto sono sui volti segnati dalle lacrime di una vedova, che sente leggere il nome del marito ucciso da un tumore da amianto. I segni che Pietro, 66enne emigrato dalla Sicilia per lavorare a Casale Monferrato, porta ancora sul viso scavato dalle rughe. Lui, invalido da asbestosi, è presente in aula in tuta blu, la stessa che indossava quando lavorava nell’industria di materiali in fibrocemento e respirava le polveri tossiche dell’amianto. Ne ha visti morire tanti di colleghi, tutti per la sua malattia o per mesotelioma, il più aggressivo dei tumori, perché si espande nella pleura o nel peritoneo e diventa inattaccabile alle terapie.
«Una sentenza storica», l’ha definita il pubblico ministero Guariniello. Un processo, quello ai vertici della Eternit, destinato a lasciare una scia di ricorsi da parte di chi, ancora oggi, continua ad ammalarsi di amianto. Migliaia le parti civili che otterranno un risarcimento dei danni. Da 30mila euro a 100mila euro ad ogni congiunto delle vittime, costituitosi in giudizio. Centomila euro la somma da liquidare alle organizzazioni sindacali, così come all’associazione delle vittime dell’amianto. C’è anche il Comune di Casale nell’elenco: per l’Ente comunale un risarcimento da venticinque milioni di euro, superiore alla proposta che qualche mese fa aveva avanzato Schmidheiny (18 milioni di euro), che aveva scatenato le proteste dei cittadini. La Regione Piemonte otterrà 20 milioni di euro, il Comune di Cavagnolo 4 milioni, l’Inail 15 milioni.
Per un giorno nel tribunale di Torino si sono intrecciate le storie delle vittime dell’amianto e della tragedia della Thyssen Krupp. Insieme verso il fine comune della giustizia per chi ha perso la vita per il lavoro.

 

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