Tutto cominciò il 17 febbraio 1992, quando l’imprenditore monzese Luca Magni per un appalto da 140 milioni di lire consegnò nelle mani dell’ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio nonché membro di primo piano del Psi milanese, una busta con sette milioni pari al dieci per cento dell’importo aggiudicato. Magni aveva con sé un microfono e una telecamera; appena l’esponente socialista ripose i soldi nel cassetto della scrivania, dicendosi disponibile a rateizzare la mazzetta, nella stanza irruppe un manipolo di carabinieri.
Nel tentativo di sottrarre prove all’accusa, Chiesa afferrò il frutto di un’altra tangente (stavolta di 37 milioni, ndr) e si rifugiò nel bagno attiguo, dove tentò di liberarsi del maltolto buttando le banconote nel water. Il tentativo si rivelò vano.
Nessuno avrebbe mai immaginato che un episodio del genere avrebbe innescato quel meccanismo perverso che ha portato al tracollo dei partiti tradizionali e all’emergere della cosiddetta “Seconda Repubblica”. Nascita più virtuale che reale, a dir la verità. Sarebbe, infatti, più giusto parlare di “seconda fase” della vita repubblicana, sia perché, nel frattempo, l’assetto istituzionale dello Stato è rimasto praticamente inalterato ed anche perché i protagonisti della scena politica attuale, salvo qualche eccezione, altro non solo che le terze e quarte file delle formazioni politiche travolte dalla “rivoluzione” che, a tutti i costi, vollero portare a termine i pubblici ministeri del Tribunale di Milano. Da allora sono trascorsi ben vent’anni. Il “tifo” dell’opinione pubblica nei confronti della magistratura è andato calando, anche perché, nel frattempo, sono emerse anche una serie di “storture” incompatibili con uno Stato di diritto come il nostro. Chi, però, immaginava (o sperava) che con il terremoto provocato da “Mani pulite”, ossia dalla madre di tutte le inchieste, il clima che si respira nel nostro Paese potesse cambiare è rimasto deluso.
L’ultima classifica di Transparency International, che misura la percezione della corruzione, ci ha visti, infatti, scivolare al 69º posto. Alla pari con le isole Samoa, la Macedonia, il Ghana. Alle spalle di Paesi come Namibia, Ruanda, Portorico. Nel 2005 eravamo al 40° posto, nel 2008 al 55°, nel 2009 al 63°, nel 2010 al 67°. Nel 2011 abbiamo toccato quota 69°.
Non a caso il presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino, in una recente intervista, ha denunciato che nel nostro Paese la lotta alla corruzione «è sotto la sufficienza, in quanto si è proseguito sostanzialmente con un’azione, per altro episodica, soltanto repressiva. La lotta alla corruzione deve essere invece di sistema». Se siamo a questo punto, vent’anni dopo Tangentopoli, vuol dire che molte cose non hanno funzionato…











