Neomelodici e cosche Industria musicale e del consenso sociale
È un mondo sommerso, ghettizzato eppure assai rumoroso, come i decibel sparati dai “bassi” e nei quartieri dormitorio della periferia di Napoli, sulle note delle sue canzoni. Muove passioni, talvolta feroci, e una marea di soldi, percorrendo gli universi sbrecciati del Sud più marginale.
Ha migliaia di aficionados in tutto il Mezzogiorno, e il suo zoccolo duro a Napoli. Ma della canzone neomelodica si parla solo di fronte a fatti da prima pagina, come l’inchiesta sulla faida tra i clan camorristici di Ercolano. Che vede tra gli indagati il cantante Nello Liberti, e un figurante del videoclip “'O Capoclan”, omaggio al boss Vincenzo Oliviero, ucciso in un agguato nel 2007. La procura di Napoli accusa Liberti di istigazione a delinquere e ne ha chiesto l’arresto, negato dal gip.
Nel video gli ordini di morte via pizzini si mescolano ad aberrazioni mistiche, con il padrino che dietro le sbarre dialoga con «Dio», al quale chiede: «Proteggi i miei figli». Ma, comprensivo e un po’ autoreferenziale, aggiunge nella prece che «se qualche volta non ti è possibile ci penso io, che sono il capoclan». Nel filmato compaiono congiunti e affiliati del vero boss defunto, del quale si tramandano le gesta, ricordando che «per onore il capoclan nasconde la verità: è un uomo serio, non è vero che è cattivo». A far drizzare le antenne agli inquirenti, anche la scena assai poco cifrata dei «ragazzi», che «sono fuori ad attenderlo e già sanno cosa devono fare se arriva una lettera del capo, la condanna per chi ha sbagliato». E non serve un enigmista per immaginare la sanzione al classico “sgarro”. Una sentenza incontestabile: «Il capoclan non sbaglia perché egli è il capo della famiglia e deve saper comandare». Il testo è «un'opera che esprime un radicale sovvertimento dei valori e della realtà dei fatti» scrive il gip Luigi Giordano. Ma «ciò nonostante - motiva il no all’arresto - ritiene il giudicante che non integri il grado di sufficiente concretezza dell'istigazione». Semmai è una «apologia del gruppo camorristico», quindi non un reato. Insomma, per ora non cade l’ultimo diaframma tra contiguità criminale e riflesso subculturale, «riprovevole e biasimevole» ma non illecito. Resiste il bastione sempre più labile tra la piovra e il mondo neomelodico. Che si inseguono in un gioco di specchi, si integrano nei processi di legittimazione sociale, a contatto con i ceti borderline. E talvolta saldano i loro rapporti tra mecenati dal portafogli insanguinato e menestrelli dell’aberrante epica mafiosa. Ma dopo il blitz, tutto scivola nell’oblio. Come dopo le frustrate di Giuliano Amato, che quand’era al Viminale ribadì: «Ci sono anche i neomelodici tra le espressioni della pervasività della cultura camorrista. Una cultura - disse - che cerca comunque di fare del camorrista un eroe e del carcerato un personaggio positivo mentre chi lo denuncia è un infame». La galera il topos, l’omertà la luminosa legge morale. Comandamenti esaltati da Lisa Castaldi nell’indimenticabile “Il mio amico camorrista”, dove il criminale diventa «un uomo pieno di qualità, con la paura ed il coraggio se ne va a braccetto». Oppure da Tommy Riccio nell’evergreen “Nu’ latitante”. Le grandi hit di Malanapoli, campioni d’incasso dei cd pirata e di tv show fluviali, dove scorrono galeotte lacrime dei fans e chiamate ai numeri 166, dalla bolletta ancor più lacrimevole. Prove di un’industria consolidata e un’osmosi inestirpabile. Con qualche rovescio: Rosario Tessero, in arte Rosario Miraggio, fu arrestato mentre cantava negli studi di una rete locale, indiziato di estorsione. Spiegò Gigi D’Alessio, indagato per concorso esterno in associazione camorristica dalla procura di Brescia 11 anni fa, e poi prosciolto: dal ‘92 al ‘97 cantò alle feste di matrimonio dei boss, «anche 15 al giorno». «Non sono pentito- raccontò il cantautore-. Se a Napoli fai il cantante, e cominci a essere un po’ conosciuto, è inevitabile finire in quel giro. Poi, un conto è fare il proprio lavoro, un altro è essere colluso». Di declinare gli inviti nemmeno a parlarne: erano spesso accompagnati da «minacce di morte». Non proprio una notizia.











