Parte nel peggiore dei modi il dialogo tra partiti per una riforma condivisa
C’è da impallidire a leggere le dichiarazioni dei politici italiani che in questi giorni di dilettano a discutere di riforma della legge elettorale. Nonostante la premessa, e cioè che tutti i partiti vogliano (a parole) raggiungere il prima possibile l’accordo per riformare il Porcellum, il tasso di eterogeneità e di conflittualità che si registra dentro e fuori dalle varie segreterie non era mai stato così elevato.
Talmente elevato da far sembrare canzonatorie alcune affermazioni rilasciate dai protagonisti delle trattative decollate appena ieri: «Mi pare che questa volta ci siano condizioni migliori rispetto ad altre fasi, c’è l’intenzione di affrontare il problema con serietà e buona volontà» raccontava ieri il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, interpellato dai cronisti a Palazzo Madama alla vigilia del primo faccia a faccia con il Pd e a margine di quello appena consumato con la Lega Nord.
Gasparri era accompagnato dal coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, dal presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio Donato Bruno e da Gaetano Qualiariello, vice capogruppo del Pdl al Senato. A guidare la delegazione del Pd c’era invece Luciano Violante, responsabile per le riforme istituzionali del suo partito, affiancato dai rappresentanti dei gruppi parlamentari democratici, Gianclaudio Bressa per la Camera e il vice capogruppo al Senato Luigi Zanda. Oggi il Pdl ha in calendario gli incontri con Terzo Polo e Sel. Domani toccherà a La Destra, Grande Sud, Rifondazione comunista e Idv. L’iniziativa del Pdl nasce con l’imprinting di Silvio Berlusconi, che dopo lo stop della Corte Costituzionale ai quesiti referendari si è esposto in prima persona auspicando l’approdo ad una legge elettorale che salvaguardi il bipolarismo ed eviti un eccesso di frammentazione elevando la percentuale di voti necessari per entrare alla Camera (attualmente è il 4 per cento). Frequenti anche le sollecitazioni giunte negli ultimi mesi dal presidente Giorgio Napolitano, come ha ricordato ieri il capogruppo di Fli alla Camera Benedetto Della Vedova, secondo il quale «il Presidente ha ragione a chiedere che alle prossime elezioni si vada con una legge elettorale nuova, ma sbaglierebbe chi cercasse di fare una legge elettorale scavalcando il Terzo Polo o contro il Terzo Polo». Il monito di Della Vedova è giunto poche ore dopo quello, quasi identico, di Pierferdinando Casini, che un colonnello di rango dell’Udc come Ferdinando Adornato ha però attenuato nei toni, rilasciando un’intervista a l’Unità dove spiegava di non credere che « il Pdl abbia provato a fare asse con il Pd» sulla legge elettorale, anche perché lo stesso Pdl «non è mai stato né disattento né provocatorio» sulle possibilità di una riforma elettorale. «Va bene qualunque modello – aggiungeva generosamente Adornato - ma a due condizioni: che i cittadini possano tornare a scegliere liberamente i parlamentari; che si elimini quel premio di maggioranza». Come dimostrano le eterogenee posizioni riportate, basterebbe il tira e molla all’interno del solo Terzo polo a giustificare il più buio pessimismo sul buon esito della riforma. Ma c’è di più.
L’esperto in materia della Lega Nord, l’ex ministro Roberto Calderoli, durante un comizio del Carroccio ha tuonato contro le voci che vorrebbero Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani già con un accordo nel cassetto: Calderoli ha risposto al Pdl che «se toccano la legge elettorale per far fuori la Lega, vorrei ricordare loro che c’è anche piazzale Loreto» e ha contestato la leadership di Alfano in quanto siciliano. Una sortita decisamente fuori dalle righe che ha suscitato la dura risposta di La Russa secondo il quale la Lega «sta superando anche quel perimetro di interventi a cui ci aveva abituati». Un fondo di verità i sospetti di Calderoli devono averlo, se è vero che Quagliariello ha dichiarato in un’intervista a La Stampa che l’ipotesi grande coalizione per la prossima legislatura «è una prospettiva che non escludo». Peccato che il Pd non sia d’accordo per niente: «Dal 2013 basta governissimi, nuovo premier e coalizione diversa» ha dichiarato Bersani in un’intervista uscita sempre ieri su la Repubblica.
La carrellata che abbiamo riportato rende ancora una volta paradossale l’intervento di giornata sulla materia di Lorenzo Cesa, segretario Udc: «La riforma della legge elettorale non può che essere condivisa, il resto è teatro della politica» diceva il centrista a Lucca per un incontro di partito. «Domani (oggi per chi legge, ndr) comincia un percorso di confronto - ha aggiunto -, da parte nostra c’è la massima apertura: obbiettivo è avere una legge per cui l’elettore possa scegliersi il candidato, che non preveda un premio di maggioranza, per arrivare ad una coalizione stabile e coesa affinché si finisca con lo scontro cruento».











