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Un Paese devastato, ora la Grecia fa paura

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Deliolanes: un popolo in condizioni drammatiche ma la Ue non ha un piano

Un Paese stremato, diventato povero. La Grecia sull’orlo del fallimento è soprattutto una nazione prostrata dall’austerità. Medicina amarissima imposta anche a causa degli errori del sistema politico ellenico, che «ha fatto degenerare il sistema», spiega Dimitri Deliolanes, corrispondente in Italia della televisione pubblica e autore del libro Come la Grecia.

Come ha fatto la Grecia ad arrivare in queste condizioni drammatiche?

Siamo un Paese con gravi debolezze strutturali. Il problema è essenzialmente politico. I partiti che si sono alternati al potere per 40 anni hanno fatto degenerare il sistema su cui si reggeva il Paese. Abbiamo un settore pubblico, sovradimensionato, abnorme, che pesa in maniera esorbitante sull’economia del Paese. È costosissimo, inefficiente e corrotto. Un problema che non si è pensato di risolvere neppure quando abbiamo aderito alla zona euro.

Qual è stato l’atteggiamento dei greci nei confronti della moneta unica?

Nelle ricerche fatte per scrivere il libro ho scoperto con sorpresa che quando abbiamo adottato la moneta unica sia l'opinione pubblica che le forze politiche (a parte quella con una vocazione anti europeista) manifestavano una grandissima euforia.

Nessuno si è reso conto delle debolezze strutturali del Paese?

L’euro è stato considerato un grandissimo traguardo raggiunto. Però nessuno era informato sulle condizioni che dovevano essere rispettate per rimanere nell'area euro. Non c’è stata nessuna campagna di stampa per far capire che il traguardo raggiunto poneva delle condizioni.

Oggi come si vive in Grecia?

La situazione è delicatissima. Il popolo greco vive in condizioni estremamente difficili, quasi drammatiche. Ci sono madri costrette ad abbandonare i propri figli perché non hanno nulla per sfamarli. Le associazioni e le chiese sono state travolte da persone che la crisi ha reso povere. Qualcosa di inimmaginabile in qualsiasi altro Paese europeo.

I greci sono un popolo rassegnato al fallimento?

C’è una consapevolezza nuova. Si è capito che il sistema politico che ha retto la Grecia fino ad ora non può andare avanti. Un sistema basato sulla clientela, sul voto di scambio. Dove un voto dato a un determinato candidato significava ottenere un posto di lavoro nel settore statale o para statale. Un sistema basato sulla non applicazione della legge in cambio dell’appoggio elettorale. Gran parte dei cittadini ha partecipato a questo sistema e quindi, almeno nei primi due anni di crisi, non ha protestato. Adesso la situazione è precipitata e i greci sentono di aver superato il limite dell’espiazione delle proprie colpe. La gente è spaventata. Si percepisce il pericolo della dissoluzione del Paese.

Sembra certo un accordo per il nuovo piano di aiuti entro lunedì. Basterà?

C'è chiaramente una mancanza di strategia. Le posizioni assunte sono rigidamente dogmatica. Le politiche di stampo liberista che sono state imposte non porteranno la Grecia da nessuna parte. I 130 miliardi di euro di aiuti che dovrebbero arrivare serviranno la scadenza del 20 marzo, quando scadranno 14 miliardi di bond. Ma manca un piano per risolvere la crisi. Una crisi che è europea nel senso che riguarda l’Europa nel suo complesso. Le istituzioni europee hanno abdicato al propri compito. Ormai è la Germania che decide da sola, come le potenze che regnavano un secolo fa sul Continente. La vera crisi greca è questa. La Germania che si traveste da Europa ma che non ha una strategia. Vanno bene i sacrifici, vanno bene le riforme, ma tutta l’Europa, non i singoli Paesi, ha bisogno di una prospettiva di crescita. Se bisogna ragionare sempre in termine di soddisfazione dell’elettorato tedesco non andiamo da nessuna parte. Si sta materializzando il rischi del tracollo della Grecia. Un evento che può mandare a rotoli la moneta unica e l’intera costruzione europea.

 

 
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