L’America riscopre l’amore per l’”Italian style”. Ieri Mario Monti è sbarcato negli Stati Uniti accolto dalla “benedizione” di Barak Obama. In un’intervista alla Stampa, il presidente americano si è lanciato in una lunga serie di elogi.
«Monti sta modernizzando l’economia» e, grazie a lui l’Italia, sta facendo passi impressionanti». L’inquilino della Casa Bianca ha esortato Monti ad andare avanti così sulla «riduzione» del deficit e sulla «crescita».
Già prima degli elogi di Obama, l’ex Commissario europeo aveva incassato un grande successo di immagine. La grande stampa a stelle strisce lo aveva ribattezzato «l’uomo forte dell’Europa». Se è vero che la consacrazione di ogni presidente del Consiglio italiano dipende dall’invito alla Casa Bianca, Monti ci ha messo meno di tre mesi per essere ricevuto (Silvio Berlusconi impiegò più di un anno).
Tra ieri e oggi, Monti spiegherà la “nuova” Italia anche nei luoghi simbolo del potere americano. Prima l’incontro con John Boehner, speaker del Congresso. Poi l’intervento al Peterson institute, prestigioso pensatoio di Washington. Infine il colloquio con Obama, che oltre alla crisi finanziaria globale affronterà anche il tema della Siria. Un viaggio nel salotto buono della politica americana che non è solo il frutto della stima e del rispetto per il curriculum del premier italiano. Non si tratta neppure di solidarietà tra due leader alle prese con due Paesi da rilanciare. Obama e Monti hanno gli stessi guai. L’attuale inquilino della Casa Bianca sa che se non vuole essere costretto a traslocare deve risolvere il problema della disoccupazione. I candidati repubblicani che si danno battaglia nelle primarie lo attaccano tutti i giorni su questo tema. Anche per il premier italiano la questione occupazionale è un chiodo fisso. Il suo governo è alle prese con una sfibrante confronto con i sindacati sull’abolizione dell’articolo 18.
C’è dell’altro. Oltre alle frasi di rito e agli auspici di cooperazione, Washington guarda a Monti come a un elemento importante per influire sulla strategia europea per uscire dalla crisi. Gli Stati Uniti temono che una recessione prolungata dell’eurozona (o peggio, il fallimento dell’euro), possa fare deflagrare la crisi mondiale e azzerare la crescita dell’economia globale in lenta ripresa. Un timore, molto forte in America. I commenti della stampa e delle televisioni sulla crisi dei debito sovrani della zona euro sono pieni di rimbrotti e rimproveri agli europei divisi ed incapaci di trovare soluzioni condivise al rischio default. Più volte il ministro del Tesoro Tim Geithner ha bacchettato gli alleati europei che non sono stati ancora capaci di varare un piano di salvataggio per la Grecia. Le turbolenze dei mercati europei rischiano di far sprofondare anche l’America nella recessione.
Obama ha individuato in Monti l’uomo che può fare al caso suo. Può essere il ponte tra le due sponde dell’Atlantico. A dettare la linea salva euro è stata finora Angela Merkel. Ma il Cancelliere tedesco è più interessata alla disciplina e all’austerity che alla crescita. Gli Stati Uniti, però, vorrebero meno rigore. Per loro, una disciplina di bilancio troppo rigida avrà un impatto recessivo. Monti, che pure a imposto rigide misure all'insegna dell'austerità, è fondamentalmente d'accordo sull'importanza della crescita. Ed è anche l’unico nella Ue sufficientemente autorevole per scalfire il rigore imposto dalla Germania.











