la Discussione

  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Esteri La Ue perde (ancora) pezzi

La Ue perde (ancora) pezzi

E-mail Stampa PDF

Patto sul “Fiscal impact” sottoscritto da 25 Paesi, restano fuori Regno Unito e Repubblica Ceca

L’eurozona, in recessione e alle prese con la crisi del debito sovrano, deve fare i conti con un’emergenza preoccupante: la disoccupazione. Il tasso a dicembre è stabile al 10,4 per cento (9,9 nella Ue a 27 Paesi). I numeri, come rileva Eurostat, sono più o meno gli stessi dell’anno scorso, ciò significa che il problema è ormai strutturale. Stiamo parlando di 23 milioni e 816mila cittadini senza lavoro a dicembre nella Ue a 27, 16 milioni 469mila dei quali nell’area euro. La crisi globale non aiuta, certo. Dal canto suo, l’Europa qualcosa sta facendo.

Al primo vertice dell’anno, i capi di Stato e di governo dell’Unione hanno raggiunto un accordo sul nuovo “patto di bilancio”, che rafforza la disciplina imponendo regole di rigore comuni sui conti, sulla crescita e sull’occupazione. Ma anche stavolta non mancano le defezioni: l’intesa sul nuovo “Fiscal compact” è stata raggiunta solo da 25 Paesi membri – mancano all’appello la solita Gran Bretagna e, a sorpresa, la Repubblica Ceca, che però potrebbe tornare sui propri passi. Per quanto riguarda la dichiarazione finale sulla crescita e l’occupazione, l’unico Paese a non averla approvata è la Svezia (il premier, in minoranza, non ha potuto sottoscriverla per “ragioni parlamentari”). Tutti e 27 i Paesi membri hanno invece firmato l’intesa sul nuovo fondo salva Stati Esm.
Con il nuovo Patto, è previsto l’inserimento dell’obbligo dell’equilibrio dei conti nelle Costituzioni nazionali o in leggi equivalenti e si sono impegnati a fare scattare sanzioni “semi-automatiche” in caso di violazione. Gli Stati che hanno un debito superiore al tetto del 60 per cento sul Pil si sono impegnati inoltre a un piano di rientro pari a 1/20 l’anno, tenendo però conto - come richiesto dall’Italia - dei fattori attenuanti già previsti dal pacchetto di disposizioni sulla nuova governance economica. Per quanto riguarda l’Esm, che dal primo luglio sostituirà il Fondo provvisorio Esfm, è stato rinviata al vertice del primo di marzo la decisione sulle risorse (500 miliardi, questo il diktat della Germania, o almeno 750 come chiedono altri Paesi - tra cui l’Italia - la Commissione Ue e il Fmi).
C’è ancora molto da fare, come ammette la dichiarazione finale, secondo cui “stabilità finanziaria e consolidamento di bilancio” sono “condizioni necessarie per la crescita, ma non sufficienti”. “Bisogna fare di più affinché l’Europa superi la crisi”, affermano i leader. Il presidente della Commissione Ue ha presentato un rapporto dettagliato sulle prossime tappe per la crescita e l’occupazione, ma le risorse sono poche. Bruxelles è pronta però ad accelerare l’impiego dei fondi non spesi: 82 miliardi entro il 2013, di cui 8 miliardi per l’Italia, che dovranno essere destinati a progetti di creazione di posti di lavoro soprattutto giovanile. Barroso inoltre ha proposto di inviare un team di esperti della Commissione in Italia e in altri sette Paesi ad alta disoccupazione, tra cui Grecia e Spagna, che lavorerà con governi e parti sociali per valutare progetti di lavoro anche con l’aiuto dei soldi Ue non spesi.
Più in generale, però, il problema è meramente aritmetico: non si può pensare di ridurre il rapporto debito/Pil senza crescita economica e alzando le tasse che di fatto acuiscono la già grave recessione. Per far tornare i conti serve una politica europea unitaria, che è ancora una chimera. Per la Germania, infatti, non si tratta di aumentare il gettito tributario e la spesa pubblica, ma al contrario di ridurre l’intervento pubblico (e di conseguenza le spese) e indurre le economie più deboli, tra cui quella italiana, ad adottare riforme strutturali per aumentare produttività e competitività sul modello tedesco. Ma per la Francia si può crescere soltanto impedendo “la concorrenza sleale”di Paesi a bassi salari e tutela sociale, “armonizzando” i sistemi tributari e quelli bancari. Poi c’è chi chiede - tra cui il Regno Unito - l’aumento della concorrenza e un migliore funzionamento del mercato unico, nonché il perseguimento di accordi per la liberalizzazione del commercio con il resto del mondo. E chi chiede - gli ultimi arrivati - più fondi europei. Sul fronte greco, infine, slitta a un nuovo summit (da definirsi) la discussione sulla difficoltà di Atene a raggiungere un accordo con i creditori privati e sulle polemiche suscitate dal documento tedesco che chiede un commissariamento del Paese. Il default della Grecia è prossimo, il tempo stringe. Staremo a vedere.

 

 

 
Leggi gli editoriali cliccando QUI e QUI e aderisci alla campagna "Adesso decido io"