Per qualcuno sono le prove tecniche di grande coalizione. È questo il significato politico della mozione unitaria sull’Europa di sostegno al governo di Mario Monti. Ma trovare l’accordo tra le forze politiche che appoggiano l’esecutivo non è stato semplice. L’accordo è arrivato dopo ore passate alla Camera, negli uffici del vicepresidnete Rocco Buttiglione, tra il tira e molla dei partiti.
Alla fine i rappresentanti di Pdl, Pd e Terzo Polo hanno sottoscritto un documento comune «di politica europea» che sarà alla base di una mozione unitaria che verrà presentata oggi in Parlamento per impegnare il governo nelle trattative con l’Unione europea.
Il presidente del Consiglio ha chiesto ai partiti un’adesione convinta alle richieste europee. Nei colloqui riservati con gli esponenti di Pdl, Udc e Pd, Monti ha fatto capire che non c’è spazio per chiedere modifiche troppo importanti. Il governo vuole scongiurare contrattempi. L’ex commissario Ue teme che eventuali modifiche possano essere interpretate dagli inflessibili partenr europei, Germania in primis, come un tentativo di voler diluire gli impegni presi sul fronte del rigore sulla finanza pubblica. Questi timori sono stati condivisi anche dal Colle. Il presidente Giorgio Napolitano, nei giorni scorsi, ha seguito da molto vicino il lavorio dei partiti per arrivare alla mozione unitaria. Il presidente della Repubblica ha spiegto più volte che l’Italia deve trasmettere ai partner europei l’immagine di un Parlamento deciso a seguire senza tentennamenti l’operato del governo.
È significativo che ad occuparsi della vicenda sia stato Enzo Moavero Milanesi, potentissimo braccio destro di Monti e a suo agio come pochi nella stanza dei bottoni dell’Unione europea.
Quando Monti andrà al vertice europeo di fine mese vorrà portarsi nella valigia un ampio consenso parlamentare.
Lo spread è calato, il decreto liberalizzazioni e la manovra “salva Italia” hanno incassato il plauso delle cancellerie del Vecchio continente ma ancora non basta. La partita che il governo sta giocando sul tavolo europeo è complicata quanto ambiziosa. Ammorbidire il rigorismo imposto dalla Germania di Angela Merkel nella definizione del nuovo “patto di stabilità” ma soprattutto coniugare rigore e crescita anche in un’ottica di maggiore attenzione alla stabilità.
È questo l’obiettivo che il governo si propone di raggiungere nei negoziati in sede europea, secondo le indicazioni contenute nella mozione che i partiti della maggioranza presenteranno oggi in Parlamento. E in cui si chiede anche di fare pressione sull’ Europa affinchè adotti strumenti di stabilizzazione finanziaria per impedire che il percorso del risanamento sia inficiato dalla speculazione finanziaria.
La mozione è «stata il frutto di un fattivo spirito di collaborazione tra le forze che sostengono il governo», osserva il capogruppo Fli Benedetto Della Vedova forse anche per smorzare le indiscrezioni su possibili tensioni tra i gruppi sul tenore delle richiesta da inserire nel documento. In effetti, il Pdl ha più volte alzato la voce durante le trattative per arrivare ad un documento unitario.
Che ci fossero state tensioni e spaccature lo si capisce anche dalle parole di Franco Tempestini del Pd, che ha voluto sottolineare «il gioco di squadra tra partiti e governo» per difendere «l’autonomia dell’Italia e convincere il governo a spingere in Europa per una modifica dei trattati».
«Nel documento messo a punto da Pdl, Pd e Terzo Polo - spiega ancora Buttiglione - Si chiede di trattare «condizioni di rientro del debito pubblico che non siano peggiorative» del six pack (sei atti legislativi volti a rafforzare la governance economica nella Ue).
Quanto ai contenuti della mozione, si chiede al governo uno sforzo per recuperare il metodo comunitario e in prospettiva ragionare su «un’Europa federalista, anche se questo non avverrà domani». Nel documento viene invece solo menzionata la questione relativa agli Eurobond «sapendo che non entrerà nel trattato».
Nella mozione c’è anche un richiamo alla Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie ma «in una prospettiva più ampia». Insomma, sapendo che è difficile senza la Gran Bretagna, che sarebbe un’opzione migliore se riguardasse anche gli Usa e ancora più importante se addirittura coinvolgesse le altre grandi economie del mondo.











