Il ministro Terzi puntiamo a formare le forze di polizia
Dopo quasi 70 anni gli stivali dei militari italiani torneranno a calpestare il suolo libico. Mercoledì scorso, durante l'audizione alla Camera delle commissioni esteri e difesa, il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha detto che il nostro Paese«ritiene essenziale puntare alla formazione delle forze di polizia in Libia, nel rispetto delle convenzioni internazionali». Dopo la partecipazione alla missione sotto l'ombrello della Nato, l'Italia è pronta a mettersi in proprio sostenendo«molto attivamente»il nuovo governo di Tripoli. Durante la visita del presidente del Consiglio Mario Monti, ha aggiunto il titolare della Farnesina che accompagnerà il premier a Tripoli, ci sarà l'occasione per definire una road map di progetti concreti volti a favorire il rafforzamento della struttura politica del paese».
La conferma dell’impegno italiano nell’ex«quarta sponda» è arrivata poche ore dopo quando il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola ha parlato di«una presenza media di 100 militari italiani in Libia per il 2012». Nella sua informativa alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Senato e Camera, Di Paola, anche lui pronto a partire per il paese nordafricano, ha spiegato che «ci accingiamo ad avviare una cooperazione nel settore sicurezza e difesa». L'impegno riguarderà l'addestramento lo sminamento e la sorveglianza del territorio e la cessione di mezzi alle forze libiche».
I dettagli della missione sono ancora da chiarire. Se ne saprà di più dopo che la delegazione italiana sarà tornata da Tripoli. In ogni caso il compito degli italiani non sarà semplice. Con la caduta di Muammar Gheddafi, la transizione si è trasformato in una polveriera pronta a esplodere. Nel 2012 sono esplosi numerosi scontri tra fazioni rivali di ex miliziani. Le forze governative hanno faticato a riprendere il controllo del territorio, ma molti ex quartieri generali del vecchio regime restano ancora in mano a bande armate.
Se durante il quarantennale regime del Colonnello il Paese era rimasto diviso tra clan rivali, con la morte del Raìs, la già precaria identità nazionale è esplosa, frazionata in decine di enclave regionali e cittadine. In ballo, prima di mollare le armi, c'è la spartizione dei centri nevralgici del potere, da assegnare ai capi militari che hanno conseguito più vittorie durante la guerra di liberazione. I più influenti e organizzati sono gli islamisti, rimasti finora, all’apparenza - nell’ombra, ma decisi a rappresentare le istanze della maggioranza conservatrice del Paese. Di notte Tripoli diventa un campo di battaglia. Ogni quartiere è presidiato da bande armate. La capitale libica è una sorta di mosaico di poteri, dove ogni brigata, ogni gruppo, ogni formazione, tiene il controllo di una zona, e si risente assai se uomini di altre formazioni vengono a ficcarci il naso. La brigata Zitan, per esempio, ha preso il controllo dell’aeroporto, quelli di Misurata stanno piantati a guardia della banca centrale e del porto, le brigate Tripoli tengono il centro della città, mentre i berberi delle montagne, quelli della brigata Yafran, sono al comando negli altri quartieri del centro. La Libia rischia di scivolare in una vera e propria guerra civile se non riporta sotto controllo le milizie rivali che hanno riempito il vuoto lasciato dalla caduta di Gheddafi. Passati oltre due mesi dalla cattura e dalla morte del Colonnello, i nuovi governanti stanno ancora cercando di affermare la propria autorità, mentre i leader delle milizie rifiutano di cedere il controllo dei loro combattenti e di deporre le armi.«Affrontiamo con severità queste violazioni e mettiamo i libici di fronte a uno scontro militare che non accettiamo, oppure ci dividiamo, e allora sarà guerra civile» ha detto Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione. Le milizie, messe in piedi da decine di diverse città e da diversi gruppi politici, hanno guidato la guerra contro il regime di Gheddafi, col sostegno aereo della Nato, e ora sono riluttanti ad abbandonare il campo. Il Cnt ha iniziato a muoversi per creare una forza di polizia e un esercito che funzionino pienamente e sostituiscano le milizie ma i progressi sono ancora troppo lenti. Gli Stati Uniti hanno offerto consulenza e supporto al processo di creazione di una forza centrale di sicurezza ma ci sarebbe bisogno di qualcosa di più. Washington non ha intenzione di intervenire nel paese nordafricano che non rappresenta un interesse vitale per gli americani. Francia e Gran Bretagna, azionisti di maggioranza della coalizione Nato che ha portato alla caduta del regime , restano a guardare. L’Italia sembra essere pronti a muoversi ma far andare a posto tutte le tessere del mosaico libico non sarà facile.











