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Chimera sanità

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Allarme sanitàDal pianeta sanità giungono notizie allarmanti, con segni di degrado intollerabili per un Paese civile, erede - così dovrebbe – di una cultura e di una tradizione civile ispirata al valore cristiano del rispetto e della tutela della dignità della persona. Lo stesso sottosegretario alla Sanità paventa che, stando così le cose, circa 10 milioni di italiani rischiano, in un futuro non remoto, di restare privi di assistenza sanitaria garantita dai poteri pubblici. E sempre l’esponente del governo riconduce il profilarsi di questo agghiacciante scenario, al pari delle attuali pesanti difficoltà, ai tagli indiscriminati che hanno devastato il settore, con la cancellazione di 45mila posti letto, il mancato rimpiazzo sia dei medici, sia dei precari a conclusione dei loro contratti.
Un terremoto, in buona sostanza, che ha coinvolto sia sacche di inefficienza, sia presidi sanitari di eccellenza, senza una reale capacità strategica di programmazione di una dimensione valida del settore. Si pone perciò il problema di una riconsiderazione delle politiche della lesina, o della mannaia, finora perseguite, con un impegno riformatore che riguarda sia i poteri dello Stato, sia quelli delle Regioni cui tocca una primaria competenza sul settore.
Una competenza che è stata spesso esercitata, per lunghi anni, in maniera confusa e con cedimenti visibili alla proliferazione di piccoli ospedali generalisti, al moltiplicarsi di reparti e primariati senza riferimenti visibili alle reali esigenza delle comunità interessate e il contemporaneo declino di una adeguata presenza di tutele sanitarie di base, sul territorio. Su questo panorama caratterizzato da sprechi, inefficienze e tributi clientelari intollerabili è però calata una scure che sta penalizzando strutture essenziali e perfino di avanguardia, mentre permangono resistenze a liquidare presidi obsoleti ed inutili che andrebbero semmai trasformati in strutture di prima assistenza a livello territoriale.
Occorre cambiare mentalità e senso di marcia, tagliando dove veramente c’è da tagliare, sottraendo la gestione della sanità a manager di diretta derivazione politica e tornando a premiare la professionalità, l’impegno, la fedeltà ai principi che dovrebbero ispirare chi pratica la professione sanitaria. Su questo terreno, il governo dei tecnici, che è chiamato però a scelte di netto significato politico, può dare segnali e produrre scelte inequivocabili. Scelte che ripropongano la centralità della persona, specialmente di quella che soffre, al centro di un impegno primario della comunità nazionale e delle istituzioni democratiche.

 

 
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