La prolusione che ieri pomeriggio il cardinal Bagnasco ha pronunciato in apertura del Consiglio episcopale permanente della Cei ci ha offerto una fotografia chiara ed equilibrata della condizione attuale dell’Italia. Un Paese che sta vivendo uno dei momenti più delicati e difficili della sua storia, in preda ad una crisi che non è solo economica, ma anche politica, sociale e culturale.
Non a caso, nei giorni scorsi, evocando come metafora la tragedia della Costa Concordia, il direttore Falconio ha invitato la classe dirigente a tornare a bordo della nave che sta per affondare in omaggio a quel senso di responsabilità che dovrebbe guidare chi si è assunto l’onere di gestire la cosa pubblica e si ripropone di realizzare il bene comune.
Le parole dell’arcivescovo di Genova confermano la nostra chiave di lettura ed anzi rilanciano il monito ai protagonisti della vita pubblica. A maggior ragione adesso che il governo è nelle mani di un esecutivo di tecnici, svincolati dalle appartenenze partitiche. Dal punto di vista etico, sostiene Bagnasco, non vi può essere «sospensione della responsabilità della politica, che il Parlamento affida al governo in ragione del mandato ricevuto dal corpo elettorale. Mandato certo in sé non abdicabile». «Per questo - aggiunge - è irrinunciabile che i partiti si impegnino per fare in concomitanza la propria parte, in ordine a riforme rinviate per troppo tempo tanto da trovarsi ora in una condizione di emergenza. Non devono fare gli spettatori, ma devono attivarsi con l’obiettivo anche di riscattarsi, preoccupati veramente solo del bene comune, quasi nell’intento di rifondarsi su pensieri lunghi e alti, lasciando per strada la lotta guerreggiata sotto mentite spoglie, la denigrazione sistematica, le polemiche esasperanti e inconcludenti».
Di qui l’ulteriore considerazione che «la politica è assolutamente necessaria, e deve mettersi in grado di regolare la finanza perché sia a servizio del bene generale e non della speculazione. Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo». Ancora una volta la guida dell’episcopato si conferma un osservatore attento e distaccato, ma non per questo insensibile, delle vicende italiane. Le sue parole devono essere interpretate come una sollecitazione a fare ognuno la propria parte perché, adesso più che mai, è necessario «imprimere allo Stato e alla stessa comunità politica strutture e dinamiche più essenziali ed efficienti, lontane da sprechi e gigantismi». Come? Occorre «riequilibrare l’assetto della spesa in termini di equità reale», «metter mano al comparto delle entrate attraverso un’azione di contrasto seria, efficace, inesorabile alle zone di evasione impunita, e ai cumuli di cariche e di prebende». Anche la Chiesa è pronta a scendere in campo, anche facendo ammenda di «auto-esenzioni improprie», perché «evadere le tasse è peccato. Per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo». Non poteva mancare un riferimento alla famigerata emergenza carceri, affrontata dal Santo Padre nel corso della sua recente visita a Rebibbia.Il presidente Cei invoca «un piano carceri che sia degno di un Paese della nostra tradizione giuridica e umanistica». L’ora della responsabilità è scoccata da tempo.
Nei sacri Palazzi ne sono consapevoli. Al di qua del Tevere e ben oltre il Rubicone, però, c’è ancora chi gioca a fare il gradasso e si fa beffe del bene comune. Ecco perché diventa sempre più pressante l’appello del Papa per la nascita di una nuova generazione di politici cattolici, pronti a tenere la barra dritta sui valori e a difendere la centralità della persona e della famiglia come è emerso, da ultimo, al Meeting de la Discussione di Pescara.











