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Etica e guida politica dell’economia

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Nel dibattito, in corso ormai da molti mesi, sulla natura della crisi che attraversa l’Italia è stata riconfermata la necessità di una ispirazione etica nella guida dell’economia. È una riscoperta che rende tutti lieti, anche se le radici di tutto ciò sono lontanissime nel tempo (siamo più o meno dalle parti del Monte Sinai, qualche millennio fa, al “settimo: non rubare”). In estrema sintesi le idee ma anche i fatti sottostanti sono ben presenti a tutti coloro che si occupano di economia. Sul fatto che il mercato debba essere regolato, non vi possono essere dubbi, anche se molti hanno sino a ieri sostenuto che il mercato si regola molto meglio da sé.

Tutta la storia economica mostra che il mercato non si regola da sé ed è molto improbabile che lo faccia da solo in futuro. In assenza di regole prevalgono i “furbi”; e se prevalgono i “furbi”, soccombono le persone per bene, e l’economia prima o poi langue, poiché non viene premiato il lavoro, la “traspirazione” che di gran lunga è prevalente sull’“ispirazione”, come recita il detto inglese. Tutto ciò non nega dignità di lavoro alla finanza: al contrario dà alla finanza una dignità ed una responsabilità ben maggiori, poiché è la finanza che muove il mondo, e che continuerà a muoverlo. Ma quando la finanza diviene strumento di “trasformazione del guano finanziario in oro”, come nel caso dei “subprime”, impacchettati e infiocchettati con rating “tripla A”; o come nel caso di tutte le forme di cartolarizzazione per moltiplicare la liquidità e drogare la crescita economica; quando diviene strumento “furbo” per fare soldi, è da combattere, e gli Stati devono scendere in campo con tutte le loro forze per contrastare il “ruba ruba” travestito da innovazione finanziaria. Anche per motivi etici, ma soprattutto per motivi economici. In assenza di regolazione, il mercato genera “bolle”, come è avvenuto sempre, e le bolle fanno male alla crescita, ed esaltano l’iniquità sociale. Ma tutto ciò oggi è la punta del nostro iceberg: l’evasione fiscale, il riciclaggio del danaro malguadagnato, le mani nelle tasche dei cittadini che pagano le tasse da parte di chi non le paga, che da troppo tempo, sono state tollerate colpevolmente. E qui tutti hanno la coda di paglia, ovunque nel mondo, e nel nostro Paese, che divide con la Grecia in Europa il primato ufficiale di evasione fiscale, corruzione e malaffare. A solo titolo di esempio, si citano tre casi esemplari. La situazione dei cosiddetti “paradisi fiscali” ubicati nel “sottoscala” di casa nostra : San Marino, Svizzera, Montecarlo, Vaduz e Austria. La situazione degli appalti pubblici, sanità pubblica inclusa. Ed infine l’area grigia del nostro “socialismo reale” municipale, provinciale e regionale, e quel che resta di quello statale, con tutto il codazzo dei cosiddetti “aiuti allo sviluppo”, che non è difficile intuire cosa significhi per il contribuente medio italiano. Qui abbiamo forme di “socializzazione dei costi e di privatizzazione degli incassi”, per chiamare la situazione in modo complicato; “socializzazione” che poi si salda con i conti in nero, l’evasione fiscale, e la tolleranza della ricchezza prodotta dalla malavita organizzata, che è non solo situazione intollerabile sul piano etico, politico e civile, quanto lo è sul piano economico. Tutto ciò fa male alle nostre tasche ben più di quanto non si possa immaginare. Tutto ciò incide sul lavoro che manca per i nostri figli, sui soldi che mancano a fine mese in larghe fasce di popolazione del nostro Paese e nel mondo. Ben venga un ritorno ad una ispirazione etica della politica. Ma ciò ha delle conseguenze ovvie: è possibile una ispirazione etica della politica, quando l’etica dei comportamenti non è strumento di selezione delle persone?

 

 

 
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