Tremonti annuncia la nascita della creatura che ha ideato ma sulla quale non ha poteri dopo l’addio a Palazzo Chigi
Nel corso di anni spesi tra attese e annunci, rinvii e intoppi, abbiamo erroneamente continuato a chiamarla Banca del Sud: abituiamoci d’ora in poi alla dizione di Banca del Mezzogiorno-Mediocredito centrale, perché questo è il nome dell’istituto nato dall’ormai datata intuizione di Giulio Tremonti che da giovedì, come annunciato in conferenza stampa dall’ex ministro dell’Economia, è divenuta realtà. Primo mistero: a dirla tutta il battesimo va fatto risalire ad alcune settimane orsono, per quanto il taglio dei nastri sia avvenuto in sordina e a telecamere spente. Nelle otto regioni del Sud la banca è operativa dai primi di gennaio, ma nessuno o quasi se n’è accorto forse anche perché l’istituto di credito si appoggia interamente alla rete postale, visto che Poste italiane Spa ha acquistato in agosto il cento per cento di Mcc.
Così le prove “tecniche” su una decina di “corner” della Banca del Mezzogiorno sparsi tra Napoli e Palermo sono passate inosservate ai grandi mezzi di informazione, che si aspettavano un avvio più spettacolare: del resto nei mesi scorsi l’ad di Poste italiane, Massimo Sarmi, aveva annunciato che al Sud gli sportelli sarebbero stati complessivamente 250, così come autorizzato da Bankitalia, mentre per il momento i potenziali clienti dovranno accontentarsi di una cinquantina di punti di ricezione, stando a quanto detto da Tremonti. Altro mistero. Ma le discrepanze di tempistica e numeriche rappresentano solamente l’ultima di una serie infinita di anomalie che stanno accompagnando l’avvio di questo grande progetto creditizio: non ultima la conferenza stampa indetta dall’ex superministro, che ha avuto (si è arrogato?) l’onore di annunciare la nascita dell’istituto pur non avendo alcun titolo di merito per farlo, se non quello di essere stato il propulsore dell’intera vicenda. Mcc è controllata da Poste, Poste dal ministero dell’Economia: il microfono lo avrebbero dovuto prendere in mano Massimo Sarmi e Mario Monti, ministro del Tesoro ad interim permanente, ma alla “prima ufficiale” non era presente nessuno dei due e la mancanza è sembrata inquietante.
Cumuli di incertezza anche sull’entrata in funzione del meccanismo; la tabella di marcia prevede che entro un mese siano erogati i primi prestiti standard, che sì articoleranno poi su due fasce: fino a 50mila euro alle imprese minori, fra i 50mila e i 200mila alle maggiori. Ancora: la struttura esistente è adeguata a reggere il potenziale sviluppo della mole di lavoro? Ad oggi il personale è salito a 210 persone ed è stata costituita la prima linea dei dirigenti. Anche qui, però, nuvoloni sui vertici: pochi giorni fa Carlo Enrico, il manager a capo della divisione BancoPosta, ha abbandonato la casa madre.
Enrico - come scrive il quotidiano Milano Finanza - ha lasciato il posto a Paolo Martella, responsabile della regolamentazione e delle procedure di BancoPosta. Gira la voce, rilanciata dal sito di gossip e informazione Dagospia, che la ragione dello scontro sarebbe da attribuire all’assetto che Sarmi e il Tesoro hanno voluto dare alla Banca del Mezzogiorno. La tesi è che Enrico abbia sbattuto la porta quando gli è stato impedito di diventare amministratore delegato del nuovo istituto.
Ma non è questa l’unica grana di Sarmi, il quale teme che la sua versatile creatura che da tempo si è spinta ben oltre il mero smistamento delle lettere, non sia ancora pronta per il grande salto, per diventare Banca con la “b” maiuscola. Ecco perché sembra sempre più probabile un rientro in gioco, in veste di soci, delle banche del credito cooperativo e delle popolari, le grandi escluse alla partenza. Potrebbero partecipare al primo aumento di capitale della Bdm (ma l’attuale capitale di 140 milioni, che consente crediti per 1,5 miliardi, è ritenuto sufficiente per due anni).
L’impresa non è agevole perché a livello di struttura azionaria, Bdm è stata concepita come banca privata, in cui lo Stato dovrebbe avere un ruolo da “facilitatore” dell’aggregazione tra i soci, assumendo quindi una quota «di minoranza e finanziariamente simbolica», da dismettere entro cinque anni.
Fin dall’inizio, Tremonti aveva ventilato l’idea che una funzione importante nell’istituzione sarebbe stata assunta da Poste Spa, mentre lo Stato non avrebbe dovuto avere un ruolo nella Banca (almeno non direttamente, visto che Poste Spa come detto è controllata dal Tesoro). Inoltre, per poter agire capillarmente sul territorio, la banca si sarebbe dovuta appoggiare al sistema territoriale, aprendo la compagine azionaria dell’istituto prima alle banche di credito cooperative (Bcc) e in un secondo momento alle popolari. Il comitato si era messo subito al lavoro: già ad agosto 2010 aveva sul tavolo il piano industriale della Banca, curato da McKinsey, e aveva aperto nel frattempo un tavolo di concertazione con le associazioni di categoria. Ma poi qualcosa è cambiato. A dicembre 2010 Poste Italiane ha annunciato l’acquisto (perfezionato nell’agosto 2011) da UniCredit, per centotrentasei milioni di euro, il Mediocredito Centrale (istituto specializzato nei finanziamenti a medio-lungo termine e nel project financing) con l’idea di trasformarlo, appunto, nella Banca del Mezzogiorno: una soluzione che appariva più semplice e più rapida rispetto a quella, prevista inizialmente, di costituire una società per azioni ex novo. A quel punto, i rapporti con gli istituti di credito cooperativo e con le popolari si sono irrigiditi. Queste, infatti, volevano detenere il sessanta per cento della banca nascente e coinvolgere nel progetto anche la Cassa depositi e prestiti. Ma chiaramente il ruolo preminente acquisito da Poste ha scombinato i programmi iniziali. A tale proposito, Sarmi non si è sbottonato. Quanto alla possibilità che le banche di credito cooperativo partecipino al progetto, il presidente è rimasto sul vago: «Nella governance vediamo, intanto partiamo, poi nell’immediato futuro si valuterà».
Quel futuro è oggi e in molti si chiedono cosa intenda fare ora Sarmi, ma qui si torna al punto di partenza, ovvero all’assenza del manager alla conferenza indetta da Tremonti e al silenzio che ha ostentato dopo gli annunci fatti a proposito della “sua” Mcc dall’ex superministro. Dopo la caduta del governo Berlusconi si è passati in breve tempo alla convinzione che il progetto della Banca potesse venire meno di pari passo con il declino politico di Tremonti.
Di lì a poco la convinzione si è trasformata nell’opposto e ci si è convinti che Sarmi riuscisse a salvare lo spunto grazie al benestare del nuovo premier Monti, che non è mai sembrato ostile all’idea di portare avanti un’idea positiva per il Meridione. Il ritorno in auge di Tremonti scombina anche questo scenario e infittisce la rete dei misteri che si estende intorno alla Banca.











