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Alla canna del gas

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L’emergenza gelo porterà nuovi costi per gli italiani

Anche l’emergenza freddo costa. La morsa del gelo che non molla l’Italia ha ha scoperchiato il problema del consumo eccessivo di gas nel nostro Paese.
Per far fronte alla situazione è stato necessario attingere alle scorte, aumentare l’importazione da Algeria e Nord Europa e persino mettere in esercizio le centrali elettriche a olio.
Il “pericolo” ora, oltre che meteorologico, è diventato economico. Anche il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera ha parlato di scorte: «In caso di bisogno sono lì a disposizione anche se, in effetti, in termini di stoccaggio potremmo fare qualcosa di più». Gli stoccaggi però, all’inizio dell’inverno, possono arrivare a fornire fino a 260-270 milioni di metri cubi al giorno, ma alla fine della stagione, quando sono un pò più “scarichi”, si scende a 150 milioni. Nel 2006, l’anno difficile della crisi ucraina, le contromosse applicate furono le stesse decise in questi giorni, proprio con l’entrata in funzione delle centrali a olio combustibile per risparmiare il prezioso gas. Ma che sono molto più inquinanti. E costose.
Come se non bastasse, se i distacchi decisi dal comitato emergenza gas dovessero andare avanti per oltre tre giorni, l’impatto sul Pil sarebbe del meno 1 per cento. La stima proviene da Gas Intensive, consorzio di otto associazioni di categoria di Confindustria dei settori ad alto consumo di metano. Se l’Itali non vuole deprimere ancora di più la sua crescita anemica e se vuole risparmiare, dovrà cambiare. Servirebbe avere altre fonti nei casi di emergenza. E quel qualcosa in più, sia in termini di sicurezza ma anche di costi inferiori per i cittadini, lo potrebbero dare allora i rigassificatori, strutture che ricevono il gas liquido (Gnl, gas naturale liquido) trasportato dalle gigantesche navi-metaniere, che in questo modo ne possono stoccare quantità molto maggiori, e lo ritrasformano in gas immettendolo nella rete nazionale. Nel mondo ne esistono circa cento già attive. Il Giappone (un Paese che come l’Italia deve importare dall’estero la quasi totalità del suo fabbisogno energetico) ne ha fatti costruire addirittura una trentina. In Italia dei rigassificatori si parla ormai da anni, ma ad oggi solo due sono tecnicamente in funzione. Quello di Panigaglia, di proprietà dell’Eni, attivo dagli anni Settanta, e quello di Rovigo, situato offshore nel mare Adriatico, di proprietà di Exxon Mobil, Edison e Qatar Petroleum, in funzione dal 2009 e che lunedì, tra l’altro ha dovuto bloccare la sua produzione a causa delle pessime condizioni ambientali. Eppure questa struttura è capace a pieno regime di immettere nella rete circa 20 milioni di metri cubi di gas, per un totale di circa otto miliardi di metri cubi all’anno. Se pensiamo che in questi giorni, con i picchi massimi di richieste di gas, siamo arrivati a poco più di 400 milioni di metri cubi al giorno, è facile rendersi conto che anche una decina di rigassificatori tipo quello di Rovigo potrebbero arrivare a coprire fino a circa un terzo del fabbisogno quotidiano. E in cantiere infatti ci sarebbero almeno una decina di progetti, alcuni tra l’altro in fase molto avanzata come quello di Livorno e quello di Porto Empedocle, in cui si è già in piena realizzazione pratica. Per gli altri invece tra ritardi, approvazioni di carattere burocratico e opposizioni delle comunità locali, le cose vanno per le lunghe, considerando che comunque in media per l’effettiva messa in funzione di un rigassificatore ci possono volere anche più di cinque anni. C’è poi chi suggerisce una soluzione “verde”. «Non è più rinviabile la realizzazione di una filiera del biometano in agricoltura», ha sottolineato il presidente di Confagricoltura, Mario Guidi.

 

 
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