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Giustizia sociale? Questione di Fede

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Garantire un impiego decente per tutti e mettere i valori umani al centro delle scelte politiche

«Garantire un lavoro decente per tutti è un imperativo se si vuole restaurare un equilibrio e mettere i valori umani al centro delle scelte politiche».
Su questa convinzione sono scesi in campo i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose (cristiani ebrei, musulmani e buddisti) che su invito dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), hanno collaborato alla stesura di un testo dal titolo “Convergenze: lavoro decente e giustizia sociale nelle tradizioni religiose”.


Per l’elaborazione del testo gli esperti delle religioni in campo sociale si sono incontrati ad Addis-Abeba, Dakar, Ginevra, Santiago, luoghi in cui sono stati trattati diversi temi come la dignità umana, la solidarietà e la giustizia sociale, la difesa dei diritti del lavoro e la sicurezza, il lavoro forzato e il lavoro minorile, la libertà sindacale e la discriminazione. Alla stesura dei diversi capitoli del testo hanno collaborato per la tradizione cristiana il Consiglio mondiale delle Chiese, per la Chiesa cattolica il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace e per la parte musulmana l’Organizzazione islamica internazionale Isesco.
Secondo il direttore generale dell’Ilo Juan Somavia si tratta di «una prima tappa di un lavoro comune di ricerca che proseguirà in futuro». «In un’epoca contrassegnata dalla peggior crisi che il mondo abbia mai conosciuto dalla Grande Depressione – dice il direttore Somavia – sempre più individui pensano di non contare più nulla, che la dignità umana non vale se non per i discorsi e che la mondializzazione manca di riferimenti etici. Un “lavoro” dice il direttore dell’Ilo che parla di «”salari di miseria”, condizioni di lavoro precario, scioperi, lavoro in nero, lavoro forzato, lavoro minorile, protezione sociale insufficiente».
Il testo -secondo Somavia – nasce dalla convinzione che «la spiritualità e i valori sono essenziali per la ricerca di una mondializzazione equa», e mette in risalto il lavoro che se è «decente, realizzato nel rispetto della dignità umana e della sicurezza del lavoratore aiuta a garantire una vita degna alle famiglie e ai loro bambini. È dunque a beneficio di tutti e di tutta la società». La convergenza di valori, che il testo riflette, mostra chiaramente - continua Somavia - che «insieme possiamo contribuire all’avvento della pace grazie soprattutto alla giustizia sociale. Il lavoro è al cuore della vita di molti nostri contemporanei e le comunità religiose e i loro responsabili ne sono coscienti».
Il testo è stato diffuso ieri, nel giorno stesso in cui l’Organizzazione internazionale del lavoro pubblicava il suo Rapporto annuale sull’emergenza occupazione intitolato “Tendenze globali dell’occupazione 2012: prevenire una crisi ancora più profonda”.
Sono duecento milioni di persone a trovarsi senza lavoro al mondo dopo i tre anni di crisi economica che ha colpito i mercati globali e che non conosce tregua nonostante gli sforzi compiuti dai governi, questo è quanto emerge da una prima lettura dei dati dell’Ilo sul rapporto annuale sull’emergenza occupazione.
La ripresa economica, spiega l’Organizzazione mondiale del lavoro, è stata «più debole del previsto» e come risultato «è difficile che i mercati del lavoro si riprendano dalla tensione che li ha tenuti sotto pressione dall’inizio della crisi». «Dopo tre anni di crisi continuata dei mercati del lavoro e di fronte alla prospettiva di un ulteriore peggioramento della situazione economica mondiale - scrive l’Ilo - la disoccupazione mondiale ha raggiunto la cifra di 200 milioni di unità» (27 milioni in più rispetto all’inizio della crisi, visto che la ripresa del 2009 è stata “di breve respiro”). Nei prossimi dieci anni sarebbero necessari oltre 400 milioni di nuovi posti di lavoro per assorbire la crescita annuale di manodopera stimata in 40 milioni l’anno.
Il mondo dovrà poi confrontarsi con un’ulteriore sfida: creare posti di lavoro dignitoso per circa novecento milioni di lavoratori che vivono sotto la soglia di povertà dei due dollari al giorno, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. «Il fatto che le economie non creino posti di lavoro sufficienti - osserva l’Ilo - si ripercuote nel rapporto occupazione-popolazione, che ha registrato un declino record tra il 2007 (61,2 per cento) e il 2010 (60,2 per cento).
Altro dato importante è quello sui giovani, che continuano ad essere le principali vittime della crisi occupazionale, evidenzia il rapporto, che avverte: di una crescita delle persone inattive nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Nel 2011, il numero dei giovani disoccupati è stato di 74,8 milioni, con un aumento di oltre 4 milioni dal 2007. «Nonostante gli strenui sforzi dei governi, la crisi occupazionale non diminuisce e un lavoratore su tre in tutto il mondo è disoccupato o vive in povertà» ha detto direttore generale dell’Ilo, aggiungendo che gli «ultimi dati riflettono l’aumento della disuguaglianza e dell’esclusione». Una situazione, sottolinea il Rapporto annuale dell’Ilo, in cui si intravede poca speranza che le prospettive di lavoro possano migliorare in modo sostanziale nel breve termine. Aumentano inoltre i lavoratori con un impiego “vulnerabile”: nel 2011 ammontavano a 1,52 miliardi, 136 milioni in più rispetto al 2000 e circa 23 milioni in più dal 2009. In particolare, il 50,5 per cento delle donne ha un'occupazione «vulnerabile» rispetto al 48,2 per cento degli uomini.