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Mercoledì, 18 Aprile 2018 17:46

UE: svolta sull'economia circolare

Migliorare la gestione dei rifiuti può portare benefici all'ambiente, al clima e alla salute, ma non solo. E' l'assunto da cui parte il pacchetto legislativo sull'economia circolare, composto da quattro atti, approvato dal Parlamento Europeo. Entro il 2025, almeno il 55% dei rifiuti urbani domestici e commerciali dovrebbe essere riciclato, si legge nel testo. L'obiettivo salirà al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035. Il 65% dei materiali di imballaggio dovrà essere riciclato entro il 2025 e il 70% entro il 2030. Vengono fissati inoltre degli obiettivi distinti per materiali di imballaggio specifici, come carta e cartone, plastica, vetro metallo e legno. Sono 497 i chili di rifiuti pro capite prodotti dall'Italia nel 2016, di cui il 27,64% è messo in discariche, il 50,55% viene riciclato o compostato e il 21,81% incenerito. La proposta di legge limita inoltre la quota di rifiuti urbani da smaltire in discarica a un massimo del 10% entro il 2035. Nel 2014, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato praticamente alcun rifiuto in discarica, mentre Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia e Malta hanno interrato più di tre quarti dei loro rifiuti urbani. L'Italia nel 2016 ha smaltito in discarica 26,9 milioni di tonnellate di rifiuti, circa 123 chili pro capite che corrispondono al 27,64% della quota di rifiuti prodotti. I prodotti tessili e i rifiuti pericolosi provenienti dai nuclei domestici dovranno essere raccolti separatamente entro il 2025, cosi' come i rifiuti biodegradabili che potranno essere riciclati anche direttamente nelle case attraverso il compostaggio. In linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, gli Stati membri dovrebbero ridurre gli sprechi alimentari del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030. Al fine di prevenire lo spreco di alimenti, i Paesi UE dovrebbero incentivare la raccolta dei prodotti invenduti e la loro ridistribuzione in condizioni di sicurezza. Per i deputati si deve puntare anche sul miglioramento della consapevolezza dei consumatori circa il significato dei termini "da consumarsi entro" e "da consumarsi preferibilmente entro". "Con questo pacchetto l'Europa punta con decisione a uno sviluppo economico e sociale sostenibile, in grado di integrare finalmente politiche industriali e tutela ambientale. L'economia circolare, infatti, non è solamente una politica di gestione dei rifiuti ma è un modo per recuperare materie prime e non premere oltremodo sulle risorse già scarse del nostro pianeta, anche innovando profondamente il nostro sistema produttivo", ha detto la relatrice Simona Bonafè (S&D). "Certo, il pacchetto che andremo ad approvare contiene anche importanti misure sulla gestione dei rifiuti e, allo stesso tempo però, va oltre a queste, definendo norme che prendono in considerazione l'intero ciclo di vita di un prodotto e si pongono l'obiettivo di modificare il comportamento di aziende e consumatori. Per la prima volta gli Stati membri saranno obbligati a seguire un quadro legislativo univoco e condiviso. Un piano ambizioso, con dei paletti chiari e inequivocabili", ha aggiunto. Il testo ora tornerà al Consiglio per un'approvazione formale, prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea.

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Due bandi per un totale di 2,1 milioni destinati a finanziare le nuove tecnologie al servizio dell’economia circolare. Con la firma del ministro Gian Luca Galletti e la pubblicazione sul sito del ministero dell’Ambiente, partono due iniziative di prevenzione e riduzione degli impatti negativi derivanti dalla gestione di alcuni particolari categorie dei rifiuti: il primo bando, da 900 mila euro, è destinato al cofinanziamento di progetti di ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie di recupero, riciclaggio e trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici (i RAEE), mentre il secondo da 1,2 milioni si rivolge a quelle categorie di rifiuti non rientranti tra quelle già servite dai consorzi di filiera, all’ecodesign dei prodotti e alla corretta gestione dei relativi rifiuti. “L’Italia - afferma il ministro Gian Luca Galletti - ha già accettato la sfida dell’economia circolare, nel contesto del forte impegno continentale che si sta concretizzando nel Pacchetto europeo sulla ‘Circular Economy’: proprio per questo abbiamo bisogno di lavorare sull’innovazione e soprattutto in quei terreni nei quali c’è più bisogno di elevare le performance ambientali: apriamo dunque questa opportunità al settore pubblico e ai privati, contando di ricevere un grande riscontro e ottime idee per il nostro Paese”. I bandi puntano all’uso efficiente delle materie prime, allo sviluppo e al potenziamento della circolarità tra la gestione dei rifiuti e il mercato di prodotti e materiali, favorendo il reimpiego in nuovi cicli produttivi. L’obiettivo è l’incentivazione su scala industriale di tecnologie innovative e sostenibili per il trattamento di materiali provenienti da prodotti complessi a fine vita, come anche lo sviluppo dell’ecodesign dei prodotti per facilitare l’industria dello smontaggio, la separazione delle singole componenti e l’avvio al riciclo delle matrici ambientali. I progetti finanziati dovranno essere caratterizzati da elevata replicabilità e dalla possibilità di un rapido trasferimento dei risultati all’industria per l’attuazione degli interventi. Il contributo assegnato per ciascuna delle iniziative progettuali ammesse a finanziamento non può essere inferiore a centomila euro e superiore trecentomila, comprensivo di ogni onere. Le istanze di ammissione dovranno essere redatte utilizzando il Modulo scaricabile dal sito www.minambiente.it alla sezione “Bandi e avvisi”.
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L’Italia non ha messo in regola le discariche nonostante le sollecitazioni dell’Unione europea, e per questo motivo la Commissione Ue ha deciso di deferirla alla Corte di giustizia dell’Ue. La decisione apre le porte alle multe contro il governo nel caso in cui le critiche dell’esecutivo comunitario fossero accolte. All’Italia si contesta di “non aver bonificato o chiuso 44 discariche che rappresentano un grave rischio per la salute umana e per l'ambiente”. I siti contestati si trovano tra Abruzzo (11), Basilicata (23), Campania (2), Puglia (5) e Friuli Venezia Giulia (3). Alle autorità sono stati concessi quasi dieci anni di tempo, ma senza risultati. Entro il 16 luglio 2009 si dovevano mettere a norma siti di stoccaggio, ma malgrado il tempo concesso e malgrado gli avvertimenti di Bruxelles, “l'Italia ha omesso di adottare misure per bonificare o chiudere” le 44 discariche non conformi. “Nonostante alcuni progressi compiuti, le misure necessarie per la bonifica o la chiusura di 44 discariche non sono ancora state completate”, sottolinea la Commissione.
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Cemento armato, mattoni, telai delle finestre, vetro, cavi del circuito elettrico, tubazioni, ceramiche, asfalto. Sono solo alcuni dei molti materiali che si ricavano dal settore delle costruzioni e delle demolizioni edilizie e che potrebbero rappresentare una vera miniera di nuova materia prima se solo venissero avviati al recupero e al riciclo in modo corretto. Invece in Italia - secondo le stime non ufficiali - si ritiene che quasi il 90% dei materiali provenienti dal settore edilizio finisca in discariche illegali, oppure venga smaltito in modo indifferenziato in discarica o comunque sfugga alle maglie della filiera del riciclo. Si tratta di un problema grave che danneggia pesantemente l’ambiente, penalizza la filiera legale e l’economia delle imprese virtuose. Eppure le soluzioni per un deciso di cambio di passo sono non solo auspicabili, ma anche praticabili in tempi rapidi. Le proposte delle associazioni del settore vanno dall’utilizzo dei macchinari di lavorazione degli inerti presenti in migliaia di cave italiane per trasformare i materiali da demolizione in materiali immediatamente riutilizzabili nell’edilizia; alla creazione di un network tra le imprese della filiera per collaborare sulle soluzioni tecniche e per coordinarsi sulle razionalizzazioni economiche; fino alla accelerazione dell’adeguamento normativo necessario a dare slancio all’economia circolare. Sono queste le proposte che emergono dal convegno “Edilizia e Infrastrutture: i rifiuti come materie prime” che si è tenuto alla Camera, organizzato dalla Commissione Bicamerale d’inchiesta sui rifiuti e dal Centro Materia Rinnovabile, al quale hanno preso parte, oltre a esponenti del settore e delle imprese, anche il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti; il presidente della Commissione d’Inchiesta sui rifiuti Alessandro Bratti; Mariano Grillo, direttore generale del ministero dell’Ambiente; Gianni Silvestrini del Centro Materia Rinnovabile; il sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Pasquale Fimiani; Renato Gavasci del Consiglio superiore lavori pubblici. “L’incontro - spiegano dal Centro Materia Rinnovabile - va visto come l’avvio di un processo virtuoso che dovrà portare a sanare questa falla nel nostro sistema di recupero dei rifiuti e intraprendere un necessario rilancio del settore in chiave di economia circolare". Il comparto dei rifiuti provenienti da demolizione e costruzioni vale circa un terzo del totale dei rifiuti speciali. In Europa parliamo di 820 milioni di tonnellate di rifiuti, la voce più rilevante su una produzione totale di rifiuti pari a circa 2,5 miliardi di tonnellate. Quello che emerge chiaramente in Italia è che la quota di lavorazione in nero sfalsa del tutto i dati. Le stime ufficiali (Eurostat 2012) parlano di 53 milioni di tonnellate di rifiuti e di un riciclo che viaggia attorno al 70%. I Paesi Bassi, con una popolazione oltre quattro volte minore della nostra, registrano 81 milioni di tonnellate da costruzione e demolizione, la Germania 197 milioni, la Francia 247 milioni, il Belgio 24 milioni, la Gran Bretagna 100 milioni. È credibile che in Italia ci sia un movimento pro capite di materiali in edilizia 6 volte inferiore a quello dei Paesi Bassi? Evidentemente no. Ma quali sono le criticità principali della filiera del recupero degli inerti nel nostro paese. Il sistema di censimento dei rifiuti da costruzione e demolizione funziona in base a una procedura molto complessa. Le regole cambiano per tipologia di impresa, i codici Cer vengono definiti dopo almeno quattro passaggi di ‘stato’, i modelli Mud sono anch’essi poco chiari. Inoltre, i rifiuti edili che vengono riutilizzati necessitano di analisi, mentre quelli che vanno in discarica non devono sottostare a nessuna procedura costosa.
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La tariffa puntuale del servizio di gestione dei rifiuti urbani è uno degli snodi fondamentali del Piano rifiuti della Regione Piemonte, per incentivare le buone pratiche e responsabilizzare i cittadini nell’ottica del riciclo e del riuso, secondo i principi dell’economia circolare. L’assessore all’Ambiente della Regione Piemonte, Alberto Valmaggia, ha aperto così i lavori del convegno “La tariffazione puntuale del servizio di gestione dei rifiuti urbani, inquadramento normativo, metodi e sistemi, obiettivi e finalità”, in programma oggi nell’Auditorium della Città metropolitana di Torino. Organizzato dalla Regione Piemonte e dall’associazione Payt Italia, il convegno ha messo a confronto amministratori e tecnici sull’utilità dell’applicazione della tariffa, quale strumento di prevenzione della produzione di rifiuti e di miglioramento della qualità della raccolta differenziata. “L’applicazione della tariffazione puntuale - ha spiegato l’assessore Valmaggia - prevedendo che il pagamento del servizio di gestione rifiuti avvenga non solo in base alla superficie occupata ed ai componenti del nucleo familiare, ma in base alla quantità o al volume dei rifiuti conferiti, si dimostra efficace nella creazione di comportamenti virtuosi nei cittadini, incentivati a limitarne la produzione e a raccoglierli in modo differenziato, riducendo di conseguenza anche il quantitativo di indifferenziato prodotto”. Il Piano rifiuti regionale pone come obiettivo al 2020 la riduzione del quantitativo pro-capite di rifiuti indifferenziati ad un valore non superiore a 159 kg per anno. “Il nostro intento - ha sottolineato Valmaggia - è di ridurre la quantità di rifiuto indifferenziato, facendo crescere tutto il sistema e incentivando le buone pratiche. A breve partirà anche un bando per sostenere la filiera dell’autocompostaggio partendo dalle utenze domestiche”. Gli interventi hanno affrontato temi quali le modalità di misurazione, l’evoluzione del modello di gestione del prelievo ambientale e lo sviluppo di modelli di commisurazione. Sono poi state illustrate diverse esperienze di applicazione della tariffa puntuale a livello regionale e nazionale ed esposti alcuni casi di buone pratiche, oltre a una analisi delle esperienze europee di tariffazione incentivante. Al termine degli interventi dei relatori, si è svolta una tavola rotonda sulle prospettive e le opportunità dell’utilizzo della tariffa puntuale con interventi di Legambiente e dell’associazione Comuni virtuosi.
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L'Italia tende a produrre sempre meno rifiuti. Nel 2015 sono stati 29,5 milioni di tonnellate i rifiuti urbani, facendo rilevare una riduzione di -0,4% rispetto al 2014 e un calo complessivo, rispetto al 2011, di quasi 1,9 milioni di tonnellate (-5,9%). A calare di più è il Centro Italia (-0,8%), che in valori assoluti produce 6,6 milioni di tonnellate di rifiuti, mentre il Nord si mantiene sulla media nazionale (-0,4%) con un quantitativo prodotto pari a 13,7 milioni di tonnellate; al Sud la produzione si contrae dello 0,2% (9,2 milioni di tonnellate). E' quanto emerge dai dati del Rapporto sui rifiuti urbani nel 2016 presentato dall'Ispra. Sono 11 le regioni italiane a segnare una riduzione della produzione dei rifiuti urbani nel 2015. In particolare, una decrescita di poco inferiore al 3% si osserva per l'Umbria e cali superiori o pari al 2% per la Liguria, il Veneto e il Lazio. Il Trentino Alto Adige, la Basilicata e la Calabria mostrano riduzioni rispettivamente pari all'1,4%, 1,1% e 1%, mentre per Lombardia, Marche, Puglia e Sardegna la contrazione risulta inferiore all'1%. Al contrario, piccole percentuali di crescita al di sotto dell'1% si rilevano per Sicilia, Molise e Toscana mentre al di sopra di tale soglia si attesta la variazione percentuale dell'Emilia Romagna (+1,1%) e del Friuli Venezia Giulia (+1,6%). In base ai valori pro capite, che tengono conto della produzione di rifiuti in rapporto alla popolazione residente. L'Emilia Romagna è la regione che produce più rifiuti per abitante (642 kg pro capite nel 2015), seguita dalla Toscana con 608 kg, a fronte di una media nazionale di 487 kg. Scendendo nel dettaglio delle province, è Reggio Emilia quella con il più alto valore di produzione pro capite (750 kg per abitante per anno), seguita da Rimini (726 kg). Seguono Ravenna e Forlì-Cesena, Prato e Livorno, Olbia-Tempio Pausania, tutte con produzione pro capite superiore a 650 kg per abitante per anno. Condotta su un campione di circa 5.800 Comuni (corrispondenti a oltre 48,6 milioni di abitanti), l'indagine rileva un costo medio nazionale annuo pro capite dei servizi di igiene urbana pari a 167,97 euro/anno. Aumentano con il crescere della dimensione comunale i costi annui pro capite, passando dai 131,76 euro/abitante per anno per i Comuni con una popolazione inferiore ai 5 mila abitanti ai 191,03 euro per i Comuni con più di 50 mila abitanti. Nel 2015, la percentuale di raccolta differenziata raggiunge il 47,5% della produzione nazionale, facendo rilevare una crescita di + 2,3 punti rispetto al 2014 (45,2%), superando i 14 milioni di tonnellate. Nel Nord il quantitativo si attesta al di sopra di 8 milioni di tonnellate, nel Centro a quasi 2,9 milioni di tonnellate e nel Sud a 3,1 milioni di tonnellate. Tali valori si traducono in percentuali, calcolate rispetto alla produzione totale dei rifiuti urbani di ciascuna macroarea, pari al 58,6% per le regioni settentrionali, al 43,8% per quelle del Centro e al 33,6% per le regioni del Mezzogiorno. Alla regione Veneto va la palma della raccolta differenziata nel 2015 grazie al 68,8%, seguita dal Trentino Alto Adige con il 67,4%. La Calabria è la regione che fa segnare la maggiore crescita della percentuale di raccolta differenziata, +6 punti rispetto al 2014, anche se il 25% la colloca ancora al penultimo posto tra le regioni, seguita solo dalla Sicilia (12,8%). La tipologia di rifiuto che si raccoglie di più è sicuramente quella organica (umido e verde), che da sola rappresenta il 43,3% della raccolta differenziata in Italia. L' 'umidò continua nel trend di crescita degli ultimi 5 anni: nel 2015 ha superato i 6 milioni di tonnellate ed è aumentato del 6,1% rispetto al 2014. I rifiuti smaltiti in discarica, nel 2015, sono circa 7,8 milioni di tonnellate, e fanno registrare una riduzione di circa il 16% rispetto al 2014 (quasi 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti). Analizzando il dato per macroarea geografica, la riduzione maggiore si rileva al Nord (-26%), dove circa 680 mila tonnellate in meno di rifiuti sono smaltite in discarica. Al Centro (-14%) ed al Sud (-12%) si registrano riduzioni dello smaltimento più contenute, ma, comunque, significative. Sono 149 le discariche per rifiuti non pericolosi e pericolosi ad aver ricevuto rifiuti provenienti dal circuito urbano nel 2015 (23 in meno rispetto al 2014). Il riciclaggio delle diverse frazioni provenienti dalla raccolta differenziata o dagli impianti di trattamento meccanico biologico raggiunge, nel suo insieme il 44% della produzione (nel 2014 era il 42%). L'incenerimento interessa quasi 5,6 milioni di tonnellate con un incremento del 5% rispetto al 2014. Nel 2015 sono operativi 41 impianti dislocati soprattutto al Nord (63%) in particolare in Lombardia e in Emilia Romagna. L'export dei rifiuti è superiore all'import. I rifiuti del circuito urbano esportati, sono circa 361 mila tonnellate. L'Austria e l'Ungheria sono i Paesi verso i quali esportiamo le maggiori quantità di rifiuti urbani, rispettivamente il 27,5% e il 13,3% del totale esportato; seguono la Slovacchia con il 9,6% e la Spagna con il 7,5%.
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“Negli ultimi cinque anni i rifiuti sono diminuiti del 10%, ma per la loro raccolta gli italiani hanno pagato quasi il 23% in più. Qualcosa non torna. Le tariffe dei servizi erogati da soggetti pubblici devono rispettare il mercato e non possono essere una variabile indipendente utilizzata per far cassa e mettere a posto i guasti di una cattiva gestione”. Lo denuncia a chiare lettere il presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti. Il quadro che emerge da un rapporto realizzato dalla confederazione è preoccupante. In Italia, infatti, le tariffe per la raccolta dei rifiuti corrono di più dell’inflazione: nell’ ultimo quinquennio sono aumentate precisamente del 22,7%. Vale a dire il 15% in più rispetto al tasso di inflazione e il 13,1% in più rispetto alla crescita media del costo di questo servizio registrata nell'eurozona. Confartigianato ha calcolato il costo del servizio di igiene urbana per le tasche dei consumatori che in media, nel 2014, hanno pagato 167,80 euro pro capite, per un totale di 10,2 miliardi. A livello regionale le tariffe più alte d'Italia si registrano nel Lazio con un costo di 220,3 euro per abitante. Seguono Liguria con 212,7 euro-abitante; Toscana con 210,3; Campania con 196,7; Sardegna con 192,1; Umbria con 182,2; Emilia Romagna con 168,5. Al contrario, la regione più virtuosa è il Molise dove i cittadini pagano 116,2 pro capite per il servizio di nettezza urbana. Secondo posto per il Trentino Alto Adige con un costo di 130,6 euro pro capite, terzo per il Friuli Venezia Giulia con un costo per abitante di 130,7 euro. Ma ciò che è davvero inaccettabile, secondo Confartigianato, è che nelle città in cui le tariffe sono più alte è peggiore la qualità del servizio. Come a Roma che detiene il primato negativo dei costi più alti per l'igiene urbana e della maggiore insoddisfazione dei cittadini per questo servizio. La raccolta di immondizia costa agli abitanti della capitale 249,9 euro pro capite, il 50,9% in più rispetto alla media nazionale e il 9,5 % in più rispetto ai 228,15 euro rilevati nel 2010.  

 

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Una quota sempre più vasta della popolazione mondiale vive nei centri urbani, dove ogni anno si producono circa 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi, quantità destinata a raddoppiare entro il 2025. La situazione emerge dalla XXI Conferenza internazionale sul “Solid Urban Waste Management”, la gestione dei rifiuti solidi urbani, che si svolge a Roma. Una “tre giorni” nella sede del Cnr, organizzata dallo stesso Centro nazionale delle ricerche e dallo Iupac Chemrawn Committee (Chemical Research Applied to World Needs, la ricerca chimica applicata ai bisogni mondiali). Alla Conferenza partecipano circa 300 esperti provenienti da Paesi industrializzati e in via di sviluppo, che tra dibattiti e incontri sviluppano il tema della trasformazione dei rifiuti in risorsa utilizzabile dalla collettività, coinvolgendo istituzioni, organizzazioni e aziende. Molta attenzione è riservata al contributo che la ricerca scientifica può dare per promuovere un circuito virtuoso basato sulle "3R": Reduce, Re-use, Recycle. Dal 2010 per la prima volta la maggior parte della popolazione mondiale vive in una città e questa percentuale continua a crescere. Cento anni fa vivevano in un'area urbana 2 persone su 10, nel 1990 meno di 4, entro il 2050 si stima che saranno 7 su 10. La quantità di Rifiuti solidi urbani sta crescendo anche più velocemente: entro nove anni, 4,3 miliardi di residenti urbani produrranno circa 1,42 kg di rifiuti per persona, per un totale di 2,2 miliardi di tonnellate all'anno. “La gestione dei rifiuti solidi urbani, del riciclo, del riutilizzo dei materiali e della produzione di energia dagli scarti, costituiscono alcune tra le sfide più importanti e globali per l'umanità, perché generano ricadute dirette nell'ambito della salute e del benessere pubblico, della sicurezza dei lavoratori, oltre che dell'economia verde - spiega Mario Malinconico, ricercatore dell'Istituto dei polimeri, compositi e biomateriali del Cnr - uno dei tratti fondamentali della Conferenza è l'attenzione ai Paesi svantaggiati: la questione della gestione dei rifiuti, per la quale si sta cercando faticosamente una soluzione nelle metropoli occidentali, si ripropone in maniera ancora più urgente e drammatica in quelle asiatiche, africane e sudamericane, creando spesso delle emergenze sanitarie".

 

 

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È  partita da Napoli la “Minerva 1”, una nave attrezzata con le più avanzate tecnologie per la ricerca scientifica in mare, per la prima spedizione di ricerca italiana di materiali inquinanti a grandi profondità, che si concluderà il 24 febbraio a Messina. La nave cercherà materiali plastici e microplastici che si annidano nelle profondità del Mediterraneo, ma controllerà anche le trenta navi sommerse nel Mediterraneo con a bordo materiali tossici. “La ricerca permetterà di avere una mappa precisa della situazione a grandi profondità in tutto il Mediterraneo, dove si annidano le “Terre dei fuochi” sommerse, per poi avviare azioni di bonifica. Parte da Napoli perché la nave era qui, non perché la zona sia più inquinata", spiega Roberto Danovaro, presidente della stazione zoologica Anton Dohrn, coinvolta insieme a Cnr e diversi atenei italiani, nel progetto Ritmare (“Ricerca italiana in mare”),  diretto da Fabio Trincardi, presidente dell'Istituto di Scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Venezia. Il progetto è finanziato dal Miur per circa sette milioni di euro per il 2016, ma è un progetto strategico nazionale quinquennale, il più grande dagli anni '70. "L'Italia – spiega Danovaro - ha avviato una strategia marina per le priorità della ricerca scientifica nei prossimi anni con due capisaldi, le malattie di origine tropicale e la loro diffusione, e la salute degli oceani, con particolare riferimento all'attività di ricerca mineraria negli abissi e di inquinamento con spazzatura e plastica”. Quest'ultimo obiettivo si combina con la “Marine strategy” dell'Unione Europea, che punta a migliorare nettamente la qualità dei mari e prevede anche delle sanzioni in caso di inadempienza dei Paesi membri. La Minerva sonderà gli abissi grazie a sofisticati robot filoguidati sottomarini e sistemi di campionamento ad alta tecnologia che esploreranno le viscere del Mar Tirreno: i rifiuti plastici, infatti, scivolano lungo la dorsale delle profondità marine e finiscono per accumularsi nelle grandi incisioni della crosta sottomarina, che sono come dei canyon. "Ma quei canyon - spiega Danovaro - sono anche la casa delle forme di vita più spettacolari con un'altra concentrazione di gamberoni, mammiferi marini, cefalopodi”. Protezione del patrimonio di biodiversità, quindi, ma anche tutela della salute umana: “Esiste un contatto strettissimo - ricorda Danovaro - tra la vita in mare e i nostri piatti. Certo, è più facile trovare un terreno inquinato, basta scavare a pochi metri di profondità, ma va fatto anche in mare e gli enti di ricerca italiani sono pronti a fare loro parte”.

 

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Lunedì, 11 Gennaio 2016 01:00

Rifiuti, impianto di Moglia non si farà

"Una bella notizia. L'impianto di smaltimento e recupero di rifiuti pericolosi di Moglia non si farà. Ora possiamo finalmente dirlo».

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