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Italia bene per disponibilità acqua, maglia nera consumi In evidenza

Pubblicato in Ambiente
24 Marzo 2017 di Redazione Commenta per primo!
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L'Italia è sesta al mondo per "disponibilità di acqua" secondo il Food Sustainability Index (FSI), eppure continuiamo a consumarne una quantità molto ingente. Il FSI mostra, infatti, performance piuttosto scarse per quanto riguarda l'"utilizzo destinato per le produzioni agroalimentari" (51.08 su 100 il punteggio attribuito dall'Index) e in termini di "acqua usata dall'agricoltura sul totale delle risorse idriche rinnovabili" (59.78 su 100). A livello mondiale ci sono 1,4 miliardi di chilometri cubi di acqua, ma solo lo 0,001% del totale è effettivamente disponibile per l'utilizzo dell'uomo e questo dato aiuta a comprendere quanto sia importante utilizzare in maniera corretta questa risorsa. Tra agricoltura, industrie e famiglie, è il settore agricolo a consumare più acqua. In media il 70% del prelievo totale di acqua dolce è destinato all'irrigazione, mentre l'industria ne consuma il 22% e il restante 8% è dedicato all'uso domestico. Il peso dell'agricoltura è ancora più alto nei paesi a medio e basso reddito, dove il consumo raggiunge anche il 95% del totale, mentre in quelli industrializzati predomina il consumo nel settore industriale (59%). È questa la fotografia scattata dalla Fondazione Barilla for Food & Nutrition in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua, in programma il prossimo 22 marzo. E proprio per mantenere viva l'attenzione dell'opinione pubblica, sull'impatto che le nostre scelte alimentari e la produzione di cibo hanno sull'ambiente, che la Fondazione BCFN ha ideato - insieme alla Fondazione Thomson Reuters - il Food Sustainability Media Award. Un premio destinato a giornalisti, blogger, freelance e singoli individui che vogliono presentare (entro il 31 maggio) i propri lavori, sia inediti che già pubblicati, per far luce sui paradossi del sistema alimentare e proporre soluzioni concrete per combatterli. Un indicatore che ci aiuta a capire il nostro consumo di acqua è "l'impronta idrica", che misura l'ammontare di acqua che è stata utilizzata in tutte le fasi di produzione di un bene, distinguendo il contributo dell'agricoltura irrigua (quella che prevede l'irrigazione dei campi) e non irrigua, ovvero che utilizza l'acqua piovana (a cui è generalmente associato un minore impatto). I beni che richiedono più acqua per la loro produzione sono proprio quelli agricoli. Ma quando si parla di acqua destinata alla produzione è necessario ricordare anche l'acqua "virtuale" o invisibile, ovvero quella non contenuta direttamente nel prodotto. L'impronta idrica globale ammonta oggi a 7.452 miliardi di metri cubi di acqua dolce l'anno, pari a 1.243 metri cubi pro-capite, ossia più del doppio della portata annuale del fiume Mississipi. Analizzando a fondo i dati scopriamo che in Italia l'impronta idrica agricola, relativa cioè al cibo che mangiamo, contribuisce per l'89% alla nostra impronta idrica totale , posizionandoci all'ultimo posto in Europa per impronta idrica pro-capite, con un valore di 2.232 metri cubi di acqua dolce l'anno consumata da ciascuno. Nel nostro Paese, inoltre, gran parte delle risorse idriche è destinata all'agricoltura irrigua, che mostra però una produttività più bassa e contribuisce all'inquinamento (ad esempio con l'uso di fertilizzanti) di mari, fiumi, laghi e falde acquifere. Inoltre, all'incirca nel 27% del totale l'acqua in Italia si perde tra il prelievo e l'effettiva erogazione senza particolari distinzioni lungo tutto lo Stivale (passando dal 23% del Nord al 30% del Sud e delle Isole) e pone, purtroppo, anche stavolta, l'Italia nelle posizioni di vertice nella classifica degli spreconi tra i Paesi europei. La maggior parte dell'impronta idrica degli italiani proviene però da altri paesi, attraverso l'importazione di prodotti alimentari molto esigenti dal punto di vista idrico (ad esempio, prodotti di origine animale). Anche il Food Sustainability Index pone l'Italia per "impronta idrica" all'11° posto dell'Indice. La maglia nera dell'impronta idrica se la dividono 5 Paesi molto grandi e popolosi: Indonesia, Brasile, Usa, Cina e India, a riprova della necessità di dare priorità a questo tema. Quotidianamente, in media un individuo beve 2 litri d'acqua al giorno, ma senza accorgercene, a nostra insaputa, utilizziamo fino a 5mila litri di acqua "virtuale" al giorno solo per alimentarci. E se, da un lato, mettiamo sempre più attenzione alle azioni di routine, come chiudere il rubinetto dell'acqua mentre ci laviamo i denti, dall'altro non siamo ancora del tutto consapevoli di quanta acqua "invisibile" si nasconde in quello che mangiamo. Se adottassimo una dieta vegetariana, il consumo di acqua virtuale varierebbe dai 1.500/2.600 litri rispetto ai 4.000/5.400 di una dieta ricca di carne. Tradotto in pratica significa che mangiando, ad esempio, una porzione di crema di ceci insieme con un piatto di fagiolini e patate cotte al vapore con scaglie di grana e un frutto, si mangiano - senza accorgersene - anche 1446 litri di acqua; invece, sostituendo lo stesso pasto con un filetto di manzo, una porzione di insalata mista condita con olio, una fetta di pane e un frutto i litri di acqua salgono a 3244. Il totale di acqua nascosta nel piatto si abbassa drasticamente se, invece, si adotta un menù vegano: una porzione di crema di verdure e risoni, una porzione hummus di ceci e una fetta di pane contiene "solo" 940 litri di acqua.

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